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La Paura. Viaggio in Palestina.

Missione Israele Palestina

 

Sono da poco tornato dalla “Missione di Pace in Israele e Palestina” che la Tavola della Pace ha organizzato ai primi di novembre: di fronte alle notizie allarmanti che provengono da quei luoghi, sento il bisogno di condividere una testimonianza.

L’incontro a Sderot con Nomika Zion dell’associazione “The Other Voice” ha il contorno della paura.

Non tanto perché, come tutti i giorni, alcuni missili qassam erano arrivati sparati dalla vicinissima striscia di Gaza la notte precedente il nostro arrivo e nella mattinata erano già suonati tre volte gli allarmi.

Parlo di una paura che per fortuna non ci appartiene, che noi non conosciamo, ma che respiri immediatamente e capisci che per gli abitanti di questo paese è la vita quotidiana: dormi con la paura, mangi con la paura, parli, lavori, giochi con la paura.

Nel parco giochi dei bambini nel quale ci portano girando per il paese c’è un grande bruco mela verde: è un rifugio nel quale sanno che devono scappare se sentono la sirena dell’allarme.

Nomika Zion e la sua terra.

Ma andiamo con ordine.

Nella mattinata s’intrecciano telefonate: nella nottata tre missili erano caduti nei paraggi. Aerei israeliani erano passati bassi sul paese e avevano scaricato poco più in là (Gaza è a due/tre chilometri) su qualche “obiettivo strategico” i loro missili di precisione e nelle prime ore del mattino già tre volte era risuonato l’allarme.

Si decide di andare, e quando arriviamo Nomika, che ci accoglie in strada poco lontani dal suo “Kibbuz di città”, ci ringrazia perché la nostra presenza le dà coraggio (dice proprio così!) e dopo un giro a piedi nel paese per mostrarci i rifugi che ogni abitante si è costruito accanto a casa, la nuova scuola – con un tetto enorme in cemento armato e finestrelli non apribili dotati di vetro antisfondamento – così bassa pare più una prigione che un luogo didattico, e il parco giochi a cui accennavo prima.

Poi Nomika propone di andare sulla collina poco distante, da cui si vede la città di Gaza con i suoi edifici moderni e alti e, sulla destra, il muro che la chiude e la divide da Israele fino al mare.

«Io», dice Nomika facendoci questa proposta, «oggi non avrei mai trovato il coraggio di andare sulla collina da sola, ma con voi posso farcela: la vostra vicinanza mi aiuta a vincere la paura e io vi aiuto a vedere, a capire…»

Alla collina ci si arriva per una strada stretta, in un primo tratto asfaltata, poi una strada di terra. Nel percorso si passa davanti a un grande kibbuz di coloni, completamente circondato da muri e filo spinato, con guardie armate all’ingresso e, poco dopo, a una caserma militare da cui provengono incessanti i colpi di fucile che sparati per addestramento nel poligono di tiro.

In cima ci sono installazioni militari, alcune in disuso, ma nessun controllo particolare: la città di Gaza si mostra poco lontana, preceduta da una terra di nessuno vuota e desolata, resa volutamente arida e incolta, con un filo spinato elettrificato nel mezzo e in cui nessuno può avventurarsi pena la certezza di essere sparato.

Ѐ prossimo il tramonto e guardiamo in grande silenzio, col sottofondo degli spari provenienti dalla caserma: fotografiamo nella luce incerta come dev’essere la vita in questo posto dimenticato da Dio (La Terra Santa!) e ne ricaviamo delle immagini sfuocate, proprio come è fuori fuoco la storia quotidianamente drammatica di questi territori e di questa gente.

Si torna in paese e ci ritroviamo nell’ampio soggiorno, dove Nomika ha preparato una sedia per tutti, e comincia a raccontare… sembra un fiume in piena e chi traduce fatica a finire la traduzione tanto è il suo bisogno di parlare.

Prima ancora delle molte cose che racconta, colpisce questa sua ansia di dire, commuove la sua “paura” che, ancor più che dai missili, sembra prodotta dalla perdita di speranza.

Lei, israeliana, con la sua piccola comunità vive da molti anni in questo paese che spesso compare sulle cronache appunto perché bersagliato dai missili che vengono lanciati dalla striscia di Gaza. E oltre a condividere la paura di tutti, deve anche far fronte all’isolamento – se non alla contestazione – dei suoi stessi compaesani: la sua voce pacifista non è affatto ben vista.

«Quando sulle nostre teste passano gli elicotteri o i caccia che vanno a bombardare nella striscia di Gaza, molti dei miei compaesani applaudono, ma io mi sento più triste perché so che la pace si allontana ogni volta di più, mi sento sempre più in ansia perché quelle incursioni provocano lutti di là dalla frontiera senza dare a noi nessuna maggior sicurezza, mi sento impotente perchè si perpetua una situazione in cui non si sa ormai nemmeno capire chi attacca o chi risponde»

«Ho scritto molte lettere al Presidente e al Primo Ministro del mio paese per dire che questa scelta non produce alcuna sicurezza per noi cittadini, che anni e anni di questa politica non ha fatto altro che allargare l’odio, le divisioni, i rancori, le vendette, le ritorsioni allontanando ogni possibile dialogo, compromesso, convivenza e serenità, ma inutilmente…»

«Quando ci fu l’operazione “Piombo fuso” ho vissuto in diretta con amici di Gaza la loro tragedia sotto i bombardamenti: sentivo le esplosioni sia dalle finestre della mia casa, sia attraverso il telefonino, sentivo i pianti dei bambini, il terrore nelle voci degli adulti… provavo disperazione quando la mia chiamata rimaneva senza risposta o quando qualcuno non chiamava più…»

Vorrei sentirla oggi, Nomika, mentre i telegiornali riferiscono dei carri armati israeliani che si stanno ammassando alle frontiere, dei 75.000 riservisti che sono stati richiamati, degli aerei ed elicotteri che sorvegliano e sparano (probabilmente sta avvenendo tutto questo proprio accanto al sua casa di Sderot), dei missili palestinesi che raggiungono ormai città e villaggi che finora sembravano “sicuri”.

Mi sembra quasi impossibile che qualche giorno fa fossi in quei luoghi a sentire quelle parole, a condividere quella voglia e quel bisogno di pace: ancora una volta la speranza di tanta gente di buona volontà sembra sconfitta da una storia che si ripete e perpetua la sofferenza di interi popoli in nome di logiche di un Potere i cui fini non sono certamente il bene comune.

Alessandro Monicelli

per LeG_MN

* Un’altra interessante testimonianza sulla Missione di pace da Informati!Mantova.