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la democrazia nella crisi dell’economia globalizzata [2]

Lavoro in tempo di crisi

La nostra costituzione repubblicana “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (art 4).

Come scriveva Giuseppe Dossetti, uno dei padri costituenti, tale diritto, assieme agli altri diritti civili, si colloca all’interno del “principio personalistico, garantito per tutti i cittadini. In ognuno la Costituzione riconosce il valore insopprimibile e inviolabile della persona umana”. Conviene ricordarlo in tempi di spinta deregulation, con perdita di posti di lavoro e precarietà sempre più diffusa. Una tale memoria sembra oggi “fuori luogo”, appartenente ad un mondo lontano, quasi mitico. E tuttavia continua ad essere portatrice di un’altissima concezione degli esseri umani, di tutti i cittadini, nessuno escluso.

Nella realtà concreta da sempre schiere innumerevoli di lavoratori non hanno visto riconosciuto il loro essere portatori di dignità dentro le condizioni di lavoro. Molti anni fa un mio amico prete operaio scriveva che la Costituzione era tenuta fuori dai cancelli delle fabbriche e dei cantieri. Troppo spesso è ancora così. Lo testimonia in Italia, ad esempio, la piaga inguaribile degli incidenti sul lavoro, di cui oltre mille all’anno mortali e le decine di migliaia di invalidi permanenti. In tempi di crisi economica, il governo attuale ha pensato bene di alleggerire le responsabilità degli alti dirigenti aziendali per rendere più difficile che succedano processi come quello che è in corso a Torino a seguito del disastro della Thyssen Krupp.

Ma c’è del nuovo e la crisi attuale, che ha un carattere globale, lo sta rivelando. Mi riferisco alla precarizzazione del lavoro che incrementa inevitabilmente l’esposizione al ricatto occupazionale vista la facilità con la quale si può venire espulsi dai processi produttivi. Quello che in passato capitava soprattutto agli operai ora succede anche alle altre qualifiche professionali. “Nelle recessioni precedenti era stata la classe operaia a soffrire di più, ora che le tute blu sono diventate una minoranza tocca al ceto medio incassare lo choc. E’ la «società a forma di clessidra», dove il centro si assottiglia e i granellini di sabbia scivolano nella parte bassa” (Rampini, Le dieci cose che non saranno più le stesse).

La cosa interessa in particolare le giovani generazioni tanto che “per la prima volta dalla guerra mondiale, la nostra generazione è quasi certa che i figli staranno peggio di noi” (Bos, ministro delle finanze olandese). Non solo in Italia. “In pochi anni in tutta Europa l’esercito dei lavoratori non garantiti ha superato i 30 milioni” (Rampini). In Italia si tenta di occultare, o almeno sminuire, il fenomeno col solito metodo della bugia che ripetuta all’infinito diventa verità (vedi l’accusa di bugiardo rivolta dal nostro ineffabile Premier al Governatore della Banca d’Italia per aver diramato dati occupazionali troppo allarmanti). Se si vuole davvero tentare di comprendere quanto sta accadendo occorre alzare gli occhi oltre al nostro cortile italiano. A questo scopo propongo un’ immagine efficace di R. Petrella, utilizzata al tempo della crisi del sud est asiatico, ma che, purtroppo, sembra funzionare alla perfezione anche oggi. Paragona tutta l’economia ad una grande mongolfiera

L’economia reale corrisponde alla navicella, mentre l’economia finanziaria equivale al pallone. E’ la logica della finanziarizzazione dell’economia – che in questi ultimi decenni ha imperversato a livello mondiale – a stabilire quello che deve stare dentro il cesto, cioè l’economia reale del mondo. Ma che succede quando il pallone si sgonfia o addirittura si buca? “Nella crisi del sud-est asiatico è accaduto che le pareti, per eccesso di gas, non hanno resistito, la mongolfiera si è bucata e allora la navicella ha cominciato a sbandare: sono stati scaricati 20 milioni di indonesiani, 10 milioni di coreani della forza-lavoro attiva, 30 milioni di poveri in Brasile, 30-40 milioni delle fasce più deboli della popolazione in Russia. Una volta scaricata la zavorra si ricomincia”. Con la crisi attuale anche negli USA, in Europa, in Cina e in altre parti del mondo si butta “zavorra” e non si sa quanta ancora ne verrà gettata. Sono “gli esuberi”, “i ridondanti”. Milioni di persone espulse… Dunque bisogna guardare al pallone della mongolfiera per comprendere perché la zavorra deve essere buttata.

Fuori metafora, il tema del lavoro e del non lavoro deve necessariamente essere correlato non solo con le attività produttive, quelle che costituiscono l’economia reale, ma con l’economia mondo che è in gran parte formata dalle attività finanziarie. La de-regulation folle dei movimenti di capitale, partita nel 1974 negli USA e adottata anche dai paesi europei negli anni ’80 ha portato ad astronomiche quantità di denaro vaganti e incontrollabili. “Una massa enorme di risparmio, equivalente all’incirca al PIL del mondo, viene gestito senza alcun controllo di merito né…alcuna valutazione di responsabilità nei confronti di qualunque soggetto, che non sia compreso tra i loro sottoscrittori, e talora nemmeno nei confronti di questi…da enti finanziari…che di mestiere investono quotidianamente denari altrui, detti investitori istituzionali…” Inoltre è avvenuto che “un gran numero di corporation industriali ha scoperto che produrre denaro per mezzo di denaro rende di più che non produrlo per mezzo di merci e investimenti materiali” Si è addirittura arrivati ad una tale forma di perversione che “il sistema finanziario mondiale ha subito una trasformazione da strumento dell’economia reale a suo padrone, e in luogo di sostenere la prima, il risparmio risulta da ultimo impiegato contro di essa”.

A titolo di esempio negli USA a cavallo tra gli anni ’80 e’90 è successo “che i rappresentanti del capitale di proprietà dei lavoratori hanno usato i fondi pensione per compiere investimenti speculativi, che hanno portato alla chiusura di impianti e strangolato intere comunità (Gallino, Con i soldi degli altri) L’unico criterio guida del capitale finanziario è la massimizzazione del profitto che i grandi investitori pretendono, nell’indifferenza più totale e con l’irresponsabilità più completa sulle conseguenze sociali che ne derivano. Secondo l’autore citato i capitali investiti in imprese produttive devono rendere, su base annua, almeno il 15% di cosiddetto Roe (return on equity) e cita il caso della Deuthsche Bank che nel 2005 promise ai suoi azionisti un Roe del 25%, un indice che a fine anno è stato addirittura superato. Dunque le imprese produttive per garantire agli investitori un Roe minimo del 15% devono comprimere il più possibile i costi. Rispetto al personale impiegato questi sono gli indirizzi: – “non assumere dipendenti con contratti stabili ed assegnare a ditte esterne il maggior volume possibile della produzione con contratti facilmente modificabili o rescindibili (nel 2008 in Italia oltre il 70% delle nuove assunzioni avveniva con contratti a termine) – esercitare pressione a livello politico, non meno che nelle singole imprese, per ottenere da sindacati e lavoratori la “moderazione salariale” (nel 2008 i salari italiani sono stati mediamente l’80% dei salari belgi e francesi, il 77% dei tedeschi, il 69% degli olandesi e il 58% dei britannici). – non distribuire mai ai lavoratori i guadagni di produttività (nei paesi in zona euro, in circa 20 anni sono stati trasferiti dal monte retribuzioni dei lavoratori dipendenti ai profitti e alle rendite circa 8 punti di PIL. Per la sola Italia questo vuol dire che se la distribuzione dei redditi fosse rimasta al livello degli anni ’80 i salari attuali dovrebbero essere arricchiti di 120 miliardi di Euro. – chiudere tutte le unità produttive il cui rendimento, ancorché elevato, risulti inferiore ad analoghe società concorrenti.” (Gallino). Guardandosi attorno non è difficile accorgersi quanto queste linee guida siano seguite in maniera diffusa.

Concludo con una riflessione di fondo offerta dall’ultimo numero della rivista cattolica “Il Regno” in merito alla crisi in corso “Di che cosa soffre il capitalismo? Non soffre solo a causa dei suoi eccessi e dell’avidità ed egoismo degli uomini che in esso vi operano. Soffre a causa del suo punto di partenza, del suo principio funzionale e della forza che crea il sistema. Perciò è impossibile guarire da questa malattia con rimedi marginali; la si può guarire solo cambiando il punto di partenza” che consiste nell’assumere quale “principio strutturante il profitto dei singoli potenzialmente illimitato, considerato come un diritto naturale”. La conseguenza inevitabile di un tale impianto teorico-pratico è che i lavoratori sono una semplice variabile funzionale. Essi “vengono presi in considerazione solo in base alla funzione che svolgono e ai costi che comportano, per cui si riducono al minor numero possibile. La loro sostituzione, dove è possibile, con macchine o tecnologie automatizzate per ridurre i costi appare non solo razionale, ma economicamente necessaria”. Allo stato viene demandato di mettere cerotti sulle ferite e i guasti che si producono: “una correzione marginale che, anche in caso di riuscita, deve essere estorta alla logica funzionale del sistema in quanto quest’ultima mira alla maggiore deregolamentazione possibile”. Siamo lontani mille miglia da quel riconoscimento del diritto al lavoro e dalla promozione delle condizioni favorenti di cui parla la Costituzione. Questa lontananza mette in luce una perversione che riguarda la finalità stessa dell’economia che così viene descritta da Gallino “Dopotutto lo scopo sostanziale dell’economia consiste nel provvedere alla sussistenza dell’uomo al più alto livello di civiltà storicamente possibile, usando assieme con gli altri mezzi a esso subordinati – il lavoro, la terra, la conoscenza – anche lo strumento finanziario, il denaro. Al contrario, per quasi una generazione si è affermata una credenza e una prassi per cui qualità e quantità della sussistenza, scalzata dalla sua posizione di scopo ultimo, potevano derivare soltanto dall’ascesa al potere della finanza”.

Ci troviamo di fronte ad un’economia svuotata del suo scopo ultimo e in più con una portata mondiale. E’ come viaggiare su una mongolfiera impazzita.

di Pier Paolo Galli

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Comitati per la Democrazia

L’ultima del Cavaliere: in Parlamento votino solo i capigruppo. E così “l’escalation” nell’accentramento dei poteri e nello svilimento di ogni altro organo istituzionale al di fuori del suo procede in modo sempre più impudente. Non sono molti, ormai, i passi che mancano all’esercizio di uno strapotere personale.

Lo scenario è quello di una magistratura sempre più annichilita dal governo e screditata da una propaganda martellante che sui giornali e le TV di proprietà o controllate dal Presidente, non perde occasione per attribuirle i limiti e le disfunzioni della giustizia e di un Parlamento esautorato nelle sue funzioni di rappresentanza dall’uso ostentato dei decreti legge e prima ancora, dalla nomina degli eletti, scelti dal Capo in applicazione della legge elettorale di Calderoli. Assistiamo ad un confronto sempre più sfacciato con le prerogative del Presidente della Repubblica, verso il quale il premier si manifesta ogni giorno più insofferente. E poi la prevista riforma della Corte Costituzionale, oggi tacciata di politicizzazione, la cui composizione verrà corretta assegnando la prevalenza alle nomine politiche (!?). E’ di tutta evidenza ormai anche l’acquisito controllo di una “constituency” economica attraverso imprenditori, banchieri e finanzieri di riferimento, che ruota attorno alla Mediobanca di Geronzi e ai principali immobiliaristi, che ritornano nonostante le condanne del passato (vedi Ligresti e il suo ruolo nell’Expo 2015). Si preannuncia anche per i prossimi giorni la completa normalizzazione della RAI, macchiata dalla colpa (per chi non se ne fosse accorto) di essere l’unica tra le TV pubbliche, dice Lui, ad attaccare il governo in carica. Attraverso la normale legiferazione, si sta modificando la carta costituzionale e si sta costruendo di fatto una “costituzione abusiva”: sono infatti messi in gioco il diritto all’istruzione con i tagli ai finanziamenti e agli organici nella scuola pubblica, il diritto alla salute con i tagli ed i vincoli alla ricerca, il diritto al lavoro con leggi che lo rendono sempre più precario e meno tutelato. E che dire della negazione degli stessi diritti fondamentali della persona come è avvenuto e sta avvenendo con la leggi sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sugli immigrati, sulla libertà di informazione? Insomma, nel complesso una bulimia di potere che non sembra trovare ostacoli e che si è fatta ancor più arrogante dopo la vittoria elettorale in Sardegna. Nelle elezioni sarde si giocava infatti una grande partita politica nella quale la posta in gioco era la conferma ed il proseguimento dell’ancora debole tentativo di realizzare un percorso riformista che introduceva cambiamenti nella prassi amministrativa e politica nell’intento di sottrarsi alle logiche spartitorie dei notabili, della cordate affaristico carrieriste, delle fazioni che si spartiscono il sottopotere locale. Il Cavaliere ha osato l’ennesima forzatura “mettendoci la faccia” e candidando una sorta di “cavallo di Caligola”: con la solita spregiudicatezza vi ha costruito una coalizione che andava dal Partito Sardo d’Azione (di tradizionale matrice di sinistra) ai tanti epigoni locali della politica, dei voti da guadagnare con il sistema dello scambio, con la promessa di incarichi e prebende, perfino con i buoni-acquisto per il supermercato di quartiere. La vittoria gli ha spianato la strada ad un controllo padronale sull’intero costituendo Pdl e a quella sfrontata politica di accentramento di poteri che registra ogni giorno un fatto nuovo e più preoccupante. In questa legislatura il Cavaliere sembra anche più attento a non farsi scalzare, come nelle due precedenti occasioni, e sta impostando una strategia che per un verso gli consente la narcosi dell’opinione pubblica e per l’altro la demolizione degli equilibri istituzionali e del bilanciamento dei poteri. E’ così che siamo ogni giorno sempre più immersi in quello che appare, insieme, un dramma e una farsa.

Quel che rimane di società civile ha la responsabilità di reagire, il dovere di rispondere sul piano della riflessione storica, politica, sociale, giuridica, seguendo l’esempio di alcuni grandi personaggi della cultura (Eco, Mancuso, Zagrebelsky …). Ma a questo livello di contributi deve potersi aggiungere anche un movimento più diffuso nella società, un movimento di opinione che si costituisca come presenza attiva e vigile a tutela dei principi di democrazia e che lo faccia con coerenza dal livello istituzionale più alto a quello più basso locale. E’ a questo punto necessaria e possibile la costituzione di una rete di “comitati di difesa della democrazia” nello spirito di quello che già nel 1994, con la lucidità dell’analisi del presente e la consapevolezza del rischio futuro, Giuseppe Dossetti aveva auspicato.

Perché senza democrazia non è neppure possibile immaginare quello sforzo collettivo e solidale indispensabile per uscire dalla morsa della crisi.

di Alessandro Monicelli