Etichettato: Claudio Morselli

L’individuo sociale, il Nuovo sogetto politico

Cara Maria, caro Alessandro, mi spiace molto di non poter essere presente all’incontro di oggi pomeriggio ma, come avevo anticipato a Franco Reggiani, avevo già un impegno e non sono riuscito a spostarlo. Mi preme comunque riassumere quello che penso.

Dovremmo partire dalle considerazioni – che ormai facciamo da tempo e che abbiamo ribadito un po’ tutti anche alla riunione della settimana scorsa – sulla crisi della politica, sulla sua autoreferenzialità e sull’incapacità della sinistra (di ciò che è rimasto della sinistra) di farsi interprete delle esigenze di giustizia, di libertà, di trasformazione sociale ed ecologica che si fanno sempre più pressanti e drammatiche di fronte alla devastazione planetaria del capitalismo dell’era della globalizzazione. C’è quindi un problema di contenuti della politica ma c’è anche un problema di “cultura politica”, di come si fa politica e di come si sta (o non si sta) nel rapporto con la gente e con i territori. A ciò si deve aggiungere che, nel nostro Paese, il berlusconismo ha sferrato un duro attacco ai fondamenti costituzionali realizzando un regime mediatico che ha creato una crisi drammatica della democrazia, mentre la “cultura leghista” è diventata una componente strategica dell’azione di governo, producendo quella deriva razzista e xenofoba che tutti ben conosciamo.

La crisi della sinistra ha creato un vuoto politico tremendo, allontanando ogni prospettiva di cambiamento. Esiste però un’opposizione sociale misconosciuta, frammentata, disorientata e, spesso, demoralizzata, ma che si espande sempre di più nei territori. Un’opposizione che è fatta da una moltitudine di realtà, gruppi, associazioni, esperienze, culture e identità, ognuna con la propria storia, con tante persone di buona volontà che operano quotidianamente in ambito sociale, per il lavoro, l’intercultura, contro ogni discriminazione o in difesa dell’ambiente, della pace, dei diritti e della democrazia. Ma sono realtà isolate, separate, disperse (spesso ognuna non conosce nulla di ciò che fanno le altre): un grande patrimonio sociale che politicamente oggi non conta nulla. Ecco, il nostro compito è quello di costruire un percorso condiviso per far emergere questo patrimonio sommerso e dispiegare, sulla base di valori e contenuti comuni, un progetto unitario che sia rispettoso delle mille e mille diversità che lo andranno a comporre e che dia rappresentanza politica a tutti questi movimenti.

La delega politica non funziona più, non ci sono più soggetti politici in grado di rappresentare compiutamente le istanze dei movimenti. Dobbiamo costruire un nuovo soggetto politico, una rete, un forum, non un nuovo partito – poi si vedrà come avere rappresentanza politica nelle istituzioni – fondato sul movimento dei movimenti. Un movimento che si riconosca in un comune progetto politico e, al suo interno, garantisca l’identità, l’autonomia e la specificità di ogni sua componente.

Con questo spirito occorre creare da subito momenti di reciproca conoscenza, di incontro e di iniziativa sociale unitaria tra i gruppi e le associazioni presenti sul territorio. E’ un impegno gravoso, un vero e proprio azzardo in evidente controtendenza rispetto al drammatico processo di frammentazione e di disgregazione della sinistra, ma l’incredibile esperienza che stiamo vivendo con l’Altrofestival ci dice che ce la possiamo fare. Ho visto che si può suscitare grande entusiasmo e un clima positivo di partecipazione, e mi sono ritrovato indietro nel tempo, quando la politica era fatta di passione, di ideali condivisi, di lavoro disinteressato e spirito di sacrificio, perché sapevi che il tuo impegno contribuiva a determinare, assieme a quello degli altri, le condizioni per un futuro migliore. Bene, con l’Altrofestival ho ritrovato quella carica ideale e quell’energia positiva di cui avevo quasi perduto la memoria e che sono convinto siano molto più diffuse di quanto si possa immaginare. Solo che hanno bisogno di essere sollecitate offrendo prospettive e capacità di futuro.

E’ sul territorio che dobbiamo lavorare per cominciare a costruire l’alternativa alla società del dominio del capitale, e lo dobbiamo fare coinvolgendo e valorizzando tutte le realtà presenti sul territorio proponendo, in  alternativa alla casta, al leaderismo e alla personalizzazione della politica, la politica della partecipazione, la democrazia partecipativa. Non è utopia, è un processo che si realizza giorno per giorno, con l’azione quotidiana, con il cambiamento degli stili di vita, con i comportamenti concreti di ogni persona, per modificare, giorno per giorno, la realtà sociale, avendo ben presente lo stretto rapporto che esiste tra il locale e il globale, partendo dalle risposte che possiamo dare alle domande di giustizia sociale che, in modo sempre più drammatico, ci arrivano in casa nostra come da ogni angolo della Terra, ponendoci il problema della costruzione di un nuovo modello economico e sociale in grado di salvare il pianeta dalla devastazione ambientale e garantire una vita dignitosa a tutti gli abitanti del pianeta. Non il libro dei sogni, non la discussione astratta o la rivendicazione massimalista, non un nuovo dogma, ma azioni politiche e comportamenti concreti e coerenti.

Alla crisi della politica dobbiamo rispondere con il coinvolgimento diretto dei cittadini affinché siano parte attiva del processo di trasformazione sociale che pensiamo di realizzare. Questo processo lo si può avviare subito (è già avviato!), per cambiare non c’è bisogno di attendere la vittoria elettorale, non si può aspettare l’ora x che non verrà mai, ma si deve cominciare da subito facendo leva sui comportamenti individuali, sul coinvolgimento dell’opinione pubblica con iniziative di sensibilizzazione e di mobilitazione, con il boicottaggio e le azioni di disobbedienza civile per condizionare la politica, l’azione delle istituzioni pubbliche e i comportamenti delle grandi società multinazionali. Con tutto quello che succede nel mondo, con la guerra che sostituisce la politica, con la spaventosa concentrazione del potere economico globale e le condizioni disumane in cui vive gran parte dell’umanità, con il rischio di andare incontro in poco tempo ad una catastrofe ambientale, il salto di qualità che dobbiamo fare oggi mi sembra sia quello di riuscire a mettere in campo una capacità politica in grado di coinvolgere la gente comune, con azioni semplici, comprensibili – e nello stesso tempo con un alto grado di radicalità nei contenuti – che diano un senso a parole come pace, libertà, solidarietà, giustizia sociale, diritti umani… 

Scusate, l’ho fatta troppo lunga, ma mi sono sfogato un po’.

Un abbraccio

Claudio Morselli

“Siamo donne e uomini, bambini e anziani abbastanza comuni, cioè ribelli, differenti, scomodi, sognatori. Siamo un’armata di sognatori e per questo siamo invincibili.”
Subcomandante Marcos

“L’utopia è all’orizzonte: quando faccio due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e lei è più lontana di dieci passi: a che serve l’utopia? Serve a questo: a camminare.”
Eduardo Galeano

“Se uno sogna da solo il suo rimane un sogno, ma se sogna insieme agli altri, il suo sogno è già l’inizio della realtà”.
don Tonino Bello

Il crocifisso spada contro gli immigrati a Mantova di Articolo3_MN

Aggiungo come contributo il dato TT di Repubblica, secondo il quale “per gli italiani, gli immigrati sono il 23%, ma in verità sono solo il 6%“.

Razzismo e crocifisso

Coccaglio e San Martino dall’Argine rappresentano il paradigma di una deriva da Ku Klux Klan – come la definisce Curzio Maltese su Repubblica – i cui principali artefici sono gli stessi che rivendicano i “valori cristiani” e usano il crocifisso, in modo strumentale, per alzare muri e seminare odio. “Anche Gesù era un migrante”, ha detto il papa. “Il crocifisso non può essere imposto dall’alto”, affermava lo stesso Benedetto XVI qualche anno fa, quando non era ancora papa, perché Gesù è amore e l’amore non si impone. “Meno croce e più Vangelo” diceva Don Milani. Qui, invece, si fa il contrario: il crocifisso, ridotto a elemento della tradizione, a simbolo della cultura nazionale, viene imposto dallo Stato e diventa corresponsabile delle nefandezze dello Stato stesso. La croce, esibita come una spada, viene così rivolta contro i migranti, i poveri, i deboli, gli emarginati: dall’infame criminalizzazione degli stranieri irregolari, con tutto il carico di violenza e di disagio sociale che ciò comporta, alla pulizia etnica nei confronti di rom e sinti, sfrattati a centinaia, senza preavviso, lasciati spesso in mezzo alla strada, le baracche demolite e i bambini traumatizzati, senza una soluzione abitativa alternativa.

Negli ultimi anni i delitti non sono aumentati, anzi, per molte tipologie i reati sono diminuiti, ma è aumentata, tra i cittadini, la “percezione” di insicurezza. La contraddizione si può spiegare con la retorica della sicurezza che, utilizzando la politica della paura, è diventata una fabbrica di insicurezza. I mass media, e in particolare la televisione, hanno contribuito moltissimo a generare questa situazione. Secondo i dati del Centro d’ascolto dell’informazione radiotelevisiva, i telegiornali della Rai, nel 2003 hanno dedicato, alla cronaca nera, il 10,7% degli spazi. Questa percentuale è cresciuta in modo esponenziale, anno dopo anno, tanto da arrivare, nel 2007, al 22,3%. Ancora peggiori sono i dati relativi ai telegiornali di Mediaset: dall’11,2% del 2003 al 25,6% del 2007, mentre i tg de La7 sono passati dal 6,9% al 22%. Questi dati arrivano al 2007, ma è del tutto evidente – basta guardare i telegiornali di oggi – che il bombardamento mediatico sui fatti di cronaca nera, negli ultimi due anni, è ulteriormente accresciuto, pur in presenza di una sostanziale stabilizzazione del numero dei delitti. C’è inoltre da considerare che i reati compiuti dagli stranieri sono quasi sempre enfatizzati, favorendo in tal modo la generalizzazione dei luoghi comuni e la diffusione della paura del “diverso”.

Ora però, con Coccaglio, il “pensiero” leghista subisce un’involuzione. Come rileva Tonino Bucci, in un recente articolo pubblicato su Liberazione, gli amministratori leghisti non fanno più giri di parole e non sollevano pretesti di ordine pubblico. Non c’è più l’alibi della sicurezza. Il sindaco di Coccaglio l’ha ammesso: «da noi non c’è criminalità», e questo vale anche per San Martino. E allora – si chiede Bucci – che bisogno c’è di mandare i vigili a casa di quattrocento migranti residenti in paese per cacciare chi non è in regola col permesso di soggiorno? «Vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia». Appunto. L’operazione soprannominata White Christmas – è questa la sua conclusione – è un mix terrificante di sentimentalismo natalizio e odio per gli immigrati, ammicca a un’ecologia disumana che vuole «fare pulizia» e bonificare le “nostre” città da immigrati e pattume simil-umano, riducendo l’immigrato a «non-persona». Tema al quale, qualche anno fa, Alessandro Dal Lago aveva dedicato un saggio, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale. E Dal Lago conferma: “Il razzismo della Lega ha coordinate differenti dal razzismo classico, non ha niente a che fare con la sicurezza. E’ l’invenzione parossistica dell’uomo nero al fine del consenso. La Lega si produce il nemico come meccanismo essenziale per avere consenso. Non c’è altro. Non esistono problemi di sicurezza, i reati sono minimi. Inventano un nemico simbolico che non esiste perché si crei panico negli elettori. Naturalmente il linguaggio è spaventoso”.

Claudio Morselli

(Invito i lettori del blog a leggere la visita al carcere di Ponte Galeria di Furio Colombo. Dove è detenuto chi non ha commesso reati. NdA)