Categoria: Riflessioni

Mantovani per la pace in Israele e Palestina. Racconti e testimonianze

Mentre vi informo che giovedì prossimo alle ore 15.00, a Milano, ci sarà l’assemblea dei soci di LeG (per impegni di lavoro non potrò andare) vi allego il volantino dell’incontro pubblico organizzato dalla delegazione mantovana che ha partecipato alla marcia della Pace in Palestina per raccontare l’esperienza vissuta poco prima che una nuova drammatica fiammata divampasse in quei luoghi, così martoriati, e che una nuova speranza si aprisse, forse inaspettata, con l’ammissione all’ONU dello “Stato” di Palestina, anche se per ora solo come osservatore e non come membro.

E’ stata una iniziativa importante della Tavola della Pace a cui anche LeG Mantova ha voluto partecipare e ora darà il proprio contributo a questa riflessione comune.

Vi invito quindi a partecipare il giorno di:

SABATO 15 DICEMBRE ALLE ORE 16

PRESSO LA SALA DEL PLENIPOTENZIARIO

PIAZZA SORDELLO N. 4

fate girare il volantino

Buona notte

Alessandro Monicelli per LeG_MN

La Paura. Viaggio in Palestina.

Missione Israele Palestina

 

Sono da poco tornato dalla “Missione di Pace in Israele e Palestina” che la Tavola della Pace ha organizzato ai primi di novembre: di fronte alle notizie allarmanti che provengono da quei luoghi, sento il bisogno di condividere una testimonianza.

L’incontro a Sderot con Nomika Zion dell’associazione “The Other Voice” ha il contorno della paura.

Non tanto perché, come tutti i giorni, alcuni missili qassam erano arrivati sparati dalla vicinissima striscia di Gaza la notte precedente il nostro arrivo e nella mattinata erano già suonati tre volte gli allarmi.

Parlo di una paura che per fortuna non ci appartiene, che noi non conosciamo, ma che respiri immediatamente e capisci che per gli abitanti di questo paese è la vita quotidiana: dormi con la paura, mangi con la paura, parli, lavori, giochi con la paura.

Nel parco giochi dei bambini nel quale ci portano girando per il paese c’è un grande bruco mela verde: è un rifugio nel quale sanno che devono scappare se sentono la sirena dell’allarme.

Nomika Zion e la sua terra.

Ma andiamo con ordine.

Nella mattinata s’intrecciano telefonate: nella nottata tre missili erano caduti nei paraggi. Aerei israeliani erano passati bassi sul paese e avevano scaricato poco più in là (Gaza è a due/tre chilometri) su qualche “obiettivo strategico” i loro missili di precisione e nelle prime ore del mattino già tre volte era risuonato l’allarme.

Si decide di andare, e quando arriviamo Nomika, che ci accoglie in strada poco lontani dal suo “Kibbuz di città”, ci ringrazia perché la nostra presenza le dà coraggio (dice proprio così!) e dopo un giro a piedi nel paese per mostrarci i rifugi che ogni abitante si è costruito accanto a casa, la nuova scuola – con un tetto enorme in cemento armato e finestrelli non apribili dotati di vetro antisfondamento – così bassa pare più una prigione che un luogo didattico, e il parco giochi a cui accennavo prima.

Poi Nomika propone di andare sulla collina poco distante, da cui si vede la città di Gaza con i suoi edifici moderni e alti e, sulla destra, il muro che la chiude e la divide da Israele fino al mare.

«Io», dice Nomika facendoci questa proposta, «oggi non avrei mai trovato il coraggio di andare sulla collina da sola, ma con voi posso farcela: la vostra vicinanza mi aiuta a vincere la paura e io vi aiuto a vedere, a capire…»

Alla collina ci si arriva per una strada stretta, in un primo tratto asfaltata, poi una strada di terra. Nel percorso si passa davanti a un grande kibbuz di coloni, completamente circondato da muri e filo spinato, con guardie armate all’ingresso e, poco dopo, a una caserma militare da cui provengono incessanti i colpi di fucile che sparati per addestramento nel poligono di tiro.

In cima ci sono installazioni militari, alcune in disuso, ma nessun controllo particolare: la città di Gaza si mostra poco lontana, preceduta da una terra di nessuno vuota e desolata, resa volutamente arida e incolta, con un filo spinato elettrificato nel mezzo e in cui nessuno può avventurarsi pena la certezza di essere sparato.

Ѐ prossimo il tramonto e guardiamo in grande silenzio, col sottofondo degli spari provenienti dalla caserma: fotografiamo nella luce incerta come dev’essere la vita in questo posto dimenticato da Dio (La Terra Santa!) e ne ricaviamo delle immagini sfuocate, proprio come è fuori fuoco la storia quotidianamente drammatica di questi territori e di questa gente.

Si torna in paese e ci ritroviamo nell’ampio soggiorno, dove Nomika ha preparato una sedia per tutti, e comincia a raccontare… sembra un fiume in piena e chi traduce fatica a finire la traduzione tanto è il suo bisogno di parlare.

Prima ancora delle molte cose che racconta, colpisce questa sua ansia di dire, commuove la sua “paura” che, ancor più che dai missili, sembra prodotta dalla perdita di speranza.

Lei, israeliana, con la sua piccola comunità vive da molti anni in questo paese che spesso compare sulle cronache appunto perché bersagliato dai missili che vengono lanciati dalla striscia di Gaza. E oltre a condividere la paura di tutti, deve anche far fronte all’isolamento – se non alla contestazione – dei suoi stessi compaesani: la sua voce pacifista non è affatto ben vista.

«Quando sulle nostre teste passano gli elicotteri o i caccia che vanno a bombardare nella striscia di Gaza, molti dei miei compaesani applaudono, ma io mi sento più triste perché so che la pace si allontana ogni volta di più, mi sento sempre più in ansia perché quelle incursioni provocano lutti di là dalla frontiera senza dare a noi nessuna maggior sicurezza, mi sento impotente perchè si perpetua una situazione in cui non si sa ormai nemmeno capire chi attacca o chi risponde»

«Ho scritto molte lettere al Presidente e al Primo Ministro del mio paese per dire che questa scelta non produce alcuna sicurezza per noi cittadini, che anni e anni di questa politica non ha fatto altro che allargare l’odio, le divisioni, i rancori, le vendette, le ritorsioni allontanando ogni possibile dialogo, compromesso, convivenza e serenità, ma inutilmente…»

«Quando ci fu l’operazione “Piombo fuso” ho vissuto in diretta con amici di Gaza la loro tragedia sotto i bombardamenti: sentivo le esplosioni sia dalle finestre della mia casa, sia attraverso il telefonino, sentivo i pianti dei bambini, il terrore nelle voci degli adulti… provavo disperazione quando la mia chiamata rimaneva senza risposta o quando qualcuno non chiamava più…»

Vorrei sentirla oggi, Nomika, mentre i telegiornali riferiscono dei carri armati israeliani che si stanno ammassando alle frontiere, dei 75.000 riservisti che sono stati richiamati, degli aerei ed elicotteri che sorvegliano e sparano (probabilmente sta avvenendo tutto questo proprio accanto al sua casa di Sderot), dei missili palestinesi che raggiungono ormai città e villaggi che finora sembravano “sicuri”.

Mi sembra quasi impossibile che qualche giorno fa fossi in quei luoghi a sentire quelle parole, a condividere quella voglia e quel bisogno di pace: ancora una volta la speranza di tanta gente di buona volontà sembra sconfitta da una storia che si ripete e perpetua la sofferenza di interi popoli in nome di logiche di un Potere i cui fini non sono certamente il bene comune.

Alessandro Monicelli

per LeG_MN

* Un’altra interessante testimonianza sulla Missione di pace da Informati!Mantova.

Questa strana democrazia restringe le nostre libertà

Carissimi tutti, vi segnalo l’articolo apparso su “La Repubblica” di venerdì 17 agosto, scritto dal nostro Presidente onorario prof. Gustavo Zagrebelski a proposito del conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano davanti alla Corte Cosituzionale in merito alle telefonate registrate sul telefono dell’on. Mancino, rinviato a giudizio della procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato – Mafia, per dichiarazioni false.

Anche LeG Mantova aveva sollevato (con meno “dottrina giuridica”, ma con attento senso politico) sulla Gazzetta della settimana scorsa, tutte le perplessità di un simile atto politico: scontro fra poteri dello stato, deligittimazione e isolamento della Procura di Palermo in una inchiesta molto delicata, ulteriore confusione delle trame che da decenni hanno impedito l’accertamento della verità sui principali eventi stragistico/criminali accaduti nel nostro Paese, benzina sul fuoco a vantaggio di chi da tempo vuole leggi restrittive sulle intercettazioni e sulla libertà di stampa.

Che questa “strana democrazia” (Napolitano- Monti ed ABC che facendo finta di litigare la sostengono) che in nome della sola economia (quella del grande capitale!), ci ha già fatto trangugiare  e ci imporrà chissa quali altre restrizioni, riesca anche a fare quello che “altri” non sono riusciti a fare?

Cari ( e caldi!) saluti.

Alessandro Monicelli Per LeG Mantova

 

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Nel mentre, anche nella nostra città si rivendica il diritto di libera espressione con la solidarietà alle Pussy Riot (n.d.r.).

Anche da Mantova solidarietà alle Pussy Riot

Anche da Mantova solidarietà alle Pussy Riot

Investiamo sulla Pace, non sulla guerra

Dopo la manovra “salva Italia” in cui si sono chiesti pesanti sacrifici a tutti gli italiani, ci saremmo aspettati una revisione della spesa anche riguardo al Ministero della Difesa , ma non è così.

Monti ha detto che “il nostro governo, così impegnato nelle riforme strutturali, considera quella del modello di difesa proposta dal ministro Di Paola un’importantissima riforma strutturale dal punto di vista economico”. Peccato però che

Nella foto Gianpaolo Di Paola, Mario Monti

Nella foto Gianpaolo Di Paola, Mario Monti

questa riforma non porterà un solo euro nelle casse dello Stato, ma semplicemente ridistribuirà diversamente le risorse che oggi gestisce il Ministero della Difesa. Risorse pari a circa 23 miliardi di euro che rappresentano l’1,4% di spesa rispetto al Prodotto interno lordo.

Verrà tagliata la spesa per il personale con una diminuzione di 40.000 unità e aumentata quella per l’esercizio (la formazione, l’addestramento, la manutenzione e l’efficienza dei mezzi) e l’investimento (acquisto di nuovi sistemi d’arma).

La storia è vecchia, sentiamo parlare di “Nuovo modello di difesa” dalla prima guerra del Golfo, cioè dal lontano 1991, ma non troviamo traccia di un’approfondita discussione in parlamento per decidere poi quanti uomini, donne e mezzi servano per rispondere a queste esigenze, ma solo provvedimenti presi di volta in volta o modifiche del bilancio della Difesa, che di fatto cambiano la fisionomia del nostro strumento militare. Le quattro leggi che negli ultimi anni hanno di fatto ridisegnato il modello di difesa italiano sono:

Stessa cosa avviene oggi con altre misure estemporanee.

Si taglia il personale, spostando così le risorse per acquistare nuovi sistemi d’arma come il cacciabombardiere F-35. Infatti il modello che ha in testa il nostro ministro-ammiraglio è uno strumento agile con una forte componente aeronavale in grado di girare il mondo in difesa dei nostri interessi e, se necessario, anche di bombardare. Per questo serve la portaerei Cavour che imbarcherà oltre ai caccia F-35, 12 elicotteri, 100 fuoristrada, 50 mezzi corazzati e 24 carri armati Ariete. In questo modo si sposta all’estero l’asse delle nostre operazioni militari, caratterizzate principalmente da operazioni di peacekeeping, ma anche da operazioni di combattimento come ci dimostra l’impegno delle nostre truppe in Afghanistan in questo ultimo periodo. Ci sembra però che la strada indicata dalla nostra Costituzione all’articolo 11 vada in una direzione molto diversa.

Mentre il ministro Di Paola si appresta a gettare oltre 10 miliardi di euro per acquistare (al costo attuale) 90 inutili e pericolosi cacciabombardieri F-35, il ministro per la Cooperazione Internazionale e l’integrazione Riccardi, dichiara che se non ci saranno risorse, nel 2013 il Servizio Civile non si farà. Occorre ricordare che in Italia, secondo la Corte Costituzionale, il Servizio Civile concorre, come il servizio militare, alla difesa della Patria; peccato che quest’anno al primo siano stati assegnati 68 milioni di euro, e al secondo 23 miliardi di euro. Con il costo attuale di due caccia F-35 si potrebbero far “partire” 50mila giovani per il Servizio Civile nazionale, assicurando la difesa del Paese con la coesione sociale, la tutela dei diritti dei più deboli, la protezione dell’ambiente e del nostro patrimonio storico ed artistico, la salvaguardia della legalità, la costruzione della solidarietà e della pace. Si tratta di un piccolo investimento per salvare il servizio civile da morte sicura. Oltretutto è un investimento nel futuro del Paese perché si permette ai giovani di fare un’importante

Lettera al Presidente del Consiglio di Umberto Veronesi

Lettera al Presidente del Consiglio di Umberto Veronesi

esperienza di cittadinanza attiva.

Sono scelte politiche, la cartina di tornasole per capire se si vuole investire sulla pace o sulla guerra. Ci auguriamo anche che il Parlamento abbia un sussulto di dignità e che si riappropri del suo ruolo di indirizzo della politica della Difesa, aprendo un’ampia discussione sul modello che deve avere il nostro Paese e poi decidere successivamente con che strumenti attuarlo.

Coordinamento per la pace Mantova

www.montesole.org

NO sig. Professore, non siamo pronti

Lo saremmo, parafrasando un bell’articolo di Barbara Spinelli su La Repubblica, se qualcuno ci dicesse quale uscita ci si prospetta da questa lunga e traumatica crisi economica, se l’Italia e l’Europa che si vuol costruire sono diverse da quelle “dei mercati” che stanno dettando l’agenda economica, politica e sociale dei singoli Paesi, se il diritto e l’esercizio della democrazia (la polis) avesse il progetto di un suo “luogo” in cui esercitarsi prendendo il posto di istituzioni, tecnocrazie e potentati finanziari che, fuori da ogni processo democratico, ci stanno imponendo la restaurazione dello stesso  modello sociale neocapitalista che è causa della crisi.

Il sospetto che ci era sorto fin dalle prime mosse del Governo dei professori, si trasforma sempre più nella certezza che, dietro la realtà di una crisi di cui si conosce assai bene i colpevoli e il come, si stia ponendo in atto una delle restaurazioni più dure dell’ultimo mezzo secolo: un tempo si facevano le guerre per stravolgere i sistemi, ora si usa la finanza.

Già la prima manovra era sembrata assai poco “equa” nonostante gli sforzi di farla credere tale a destra e a manca: era così bello ritrovare toni sobri, parole appropriate, persone competenti dopo anni di urla sguaiate e fuori tema e poi, soprattutto, si era davvero sull’orlo del baratro e non si è stati tanto a guardare per il sottile.

La sospensione dell’adeguamento al costo delle vita per le pensioni di 1.000 euro al mese, la riforma pensionistica nel suo insieme, la reintroduzione dell’ICI (IMU) di queste proporzioni (avete provato a fare il calcolo?), le addizionali retroattive che gravano proprio sulle buste paga di questo mese, l’aumento di Iva sui consumi e accise sulla benzina e, per l’opposto, l’assenza di ogni concreta e immediata misura su capitali, grandi patrimoni e finanza davano già la sensazione da quale parte pendeva la bilancia e su chi avrebbero gravato i sacrifici e il peso del risanamento.

Anche le liberalizzazioni (taxi, notai, farmacie) appaiono quasi di facciata rispetto al “grosso” che dovrebbe essere intaccato: non una norma per banche e mercati della finanza (i veri responsabili della crisi che sono premiati anche in Europa le prime con finanziamenti enormi e i secondi lasciati ancora senza regole e controlli), ma anche per petrolieri, per i fornitori di energia, per i trasporti, ecc.

Con questa ultima riforma del lavoro, accanto ad alcune indubbie positive norme, viene confermata  una sostanziale deregulation che, come ben si sa, in regime di libero mercato significa la predominanza (prepotenza?) del più forte. Al taglio dei redditi, si aggiunge l’insicurezza del lavoro.

Dalla sobrietà alla supponenza

Dalla Cina Monti dichiara che “sulla riforma non accetto incursioni in Parlamento” dimenticando che (aldilà dell’impresentabilità di questo Parlamento frutto della porcata elettorale e della corruzione del denaro berlusconiano) siamo ancora in presenza di una democrazia parlamentare.

Ci pare che dallo stile sobrio e compassato, si stia passando a quello supponente di chi pensa di possedere la verità che in democrazia non esiste, ma nasce ogni volta dal confronto e dalla partecipazione: questa crisi economica si sta portando dietro una crisi della democrazia, del concetto e dell’esercizio della democrazia.

Quale idea di Europa gira nelle diverse cancellerie d’Europa?

Se questo è il quadro italiano, non meglio si può dire del quadro europeo dietro cui tra l’altro ci si trincera per giustificare ogni misura: “ce lo chiede l’Europa”, “ce lo dice la BCE”, “lo sottolinea l’Ocse o il FMI”, “così fanno gli altri stati” …e la Germania poi …un faro! (peccato non la si imiti anche per salari e stipendi che sono quasi il doppio dei nostri, per l’indennità di disoccupazione, per le tutele dei lavoratori sia sotto l’aspetto dei diritti che della salute e sicurezza).

Ci pare in questo momento molto povera, chiusa sulle sole logiche del mercato e dei conti pubblici, priva sia dei sogni di chi l’aveva pensata, sia di quello sguardo lungimirante che dovrebbe essere la caratteristica del politico capace di progettare il futuro.

Custode di “conti economici” non sa ancora intraprendere l’unica strada che ci può aprire orizzonti diversi di crescita democratica e di sviluppo sociale ed economico. In una parola servirebbe “più Europa politica” per cui necessiterebbero però ingegno e creatività, superamento di confini, particolarismi, sovranità, veti e gelosie: insomma, un progetto diverso di sviluppo e una vera visione sovranazionale.

Temiamo invece che anche l’orizzonte dei nostri “professori” sia tristemente limitato a riproporre le stesse logiche che ci hanno condotto in questo vicolo cieco.

E per questo non siamo, ma soprattutto non vogliamo, essere pronti.

Alessandro Monicelli per LeG_MN

Buon 8 marzo a tutte e a tutti

Un pensiero che non vuol dire festa, ma condivisione di un cammino di emancipazione, di riconosciuta dignità, di pari diritti e opportunità, di rispetto e valorizzazione dello specifico femminile, certo che questa è la migliore strada che ci avvicina di più al sogno di una più compiuta democrazia, di una reale affermazione della giustizia sociale e di un efficace segno di pace.

Buon 8 marzo, quindi, a tutte… e a tutti!

Alessandro Monicelli

Perchè dobbiamo dirci europei

Anche se l’anno ufficiale delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia è finito, non è finito il bisogno di riflettere sulla nostra democrazia e le vicende, soprattutto economiche, di questi mesi ci pongono  nuovi interrogativi in un orizzonte globale per molti versi inedito e carico di incognite. Così, anche gli incontri che Acli, Libera e Libertà e Giustizia (e in questa occasione anche Arci) con il patrocinio della Gazzetta di Mantova, hanno proposto sotto il titolo “Nello spirito della Costituzione” continuano.

Non è in gioco solo la tenuta economica del nostro e di altri Paesi, ma si avvertono fortissime le ripercussioni e i possibili contraccolpi sulla vita democratica di ciascuna nazione che si ritrova a dover rispondere a “poteri forti”  sovranazionali (Comunità Europea), con nessun rapporto mandatario di origine democratica (Fondo Monetario, BCE) quando addirittura  di pura natura finanziaria (agenzie di rating).
Non si tratta di rivendicare uno sciocco campanilismo nazionale, ma si tratta di capire quale sia la posta in gioco e come ci si debba attrezzare per un governo effettivamente democratico dello sviluppo globalizzato di questo nostro drammatico presente.
I caratteri liberali e democratici che sono a fondamento delle nostre Costituzione nazionali rischiano di venire travolti  da economicismi, tecnocrazie, burocraticismi che scaturiscono dalle mani di “funzionari” e “dirigenti” non eletti nel migliore dei casi e spesso selezionati  dalla nomenclatura dei singoli Paesi o dalle mani, anonime ma potentissime,  di potentati finanziari ed economici.

Come è possibile che Standard & Poor’s , travalicando la propria funzione tecnica di valutazione dei titoli, si

Prima pagina di Libération il giorno del downgrade della Francia di Standard&Poors

Prima pagina di Libération il giorno del downgrade della Francia di Standard&Poors

autoattribuisca il ruolo politico di “giudice” dell’affidabilità degli Stati?
E come mai questo giudizio è in grado di pesare realmente fino a condizionare la condotta e le scelte dei singoli Governi?
La risposta credo non sia difficile e la si conosca tutti molto bene:  tutto questo è possibile nel momento in cui una finanza integrata e globale non ha più rapporto con l’economia reale e il suo strapotere si contrappone ad un sistema politico debole e frammentato e quindi incapace di reggere il confronto e di dettare le regole di uno sviluppo compatibile.

Difficile è uscire da questo meccanismo, interrompere il corto circuito creato dal pensiero unico di un capitalismo ormai senza umanità, senza freni e senza regole.
Questo è il quadro e da qui abbiamo voluto partire per la nostra riflessione  con il Presidente Emerito della Corte Costituzionale prof. Valerio Onida.
“Dalla Costituzione all’Europa: crisi economica o opportunità politica?” è il titolo che abbiamo dato all’incontro volendo sottolineare la continuità del percorso che abbiamo tentato di costruire in questi mesi: non a caso il primo incontro con il prof. Prodi e don Ciotti si intitolava “Nel mondo di oggi: con la Costituzione, i nuovi scenari”.

I nuovi scenari sono appunto questi che stanno facendo vacillare le nostre sicurezze e tremare per il futuro dei nostri figli.
Dice Jacques Le Goff  che “gli avvenimenti storici vanno sempre osservati in una prospettiva di lungo periodo: solo così si evita di considerare come catastrofi quelle che in realtà sono crisi di trasformazione” ed è appunto questo il punto di vista da cui tentiamo una lettura degli avvenimenti che sembrano sovrastarci implacabilmente, incontrastabili e inarrestabili.

Questa crisi economica (che probabilmente segna la linea di confine tra un capitalismo esasperato che si è votato all’autodistruzione e un’altra era in cui nascono diverse logiche economiche, altri rapporti fra Stati e nuove politiche sociali) ci deve dare l’opportunità di mettere tutto in discussione e aprire nuovi scenari su cui giocare la partita dello sviluppo umano e civile, economico e sociale.
Chi aveva immaginato l’Europa ancora negli anni ’50, i suoi fondatori, ma forse anche molti che si sono battuti più recentemente per la costituzeione dell’euro come moneta unica, aveva in mente un traguardo che non si limitava certamente a mettere insieme mercati, prodotti e denaro: pensava a una integrazione politica e sociale, pensava a una governance globale che desse respiro e spazio ai diritti di ciascun individuo, al consolidamento delle libertà democratiche, alla costruzione di una cultura in grado di dare una identità ai popoli che vi concorrono, all’estensione della rappresentanza e della partecipazione, alla realizzazione di una reale giustizia attraverso politiche fiscali e sociali  eque e solidali.

Temo che i processi messi in campo dall’Europa nel suo insieme e nelle logiche di ciascuno Stato (dove purtroppo si sono affermate per lo più classi dirigenti mediocri, impreparate e quindi non all’altezza del ruolo) siano oggi ampiamente insufficienti e inefficaci se non addirittura contrari rispetto alla necessaria risposta capace di ristabilire  un rapporto equilibrato fra capitalismo e democrazia recuperando un ruolo centrale alla “polis”.
Sono convinto che il futuro potrà rappresentare una speranza solo se si riuscirà non a chiudersi in sterili e miopi campanilismi, in pericolosi egoismi statuali, in protezionismi di vecchia maniera, ma a rilanciare una prospettiva comune di grande audacia, dove si torni al primato della politica fatta di cultura, valori, progetti, partecipazione, integrazione, consenso.

Se sarà questo l’orizzonte verso il quale l’Europa saprà incamminarsi, l’odierna situazione di crisi sarà davvero solo un momento di passaggio che ci permetterà di crescere e di divenire ciò che avrebbe dovuto essere e non è stata, ma che è necessario diventi per avere significato per ciascun cittadino e pesare sullo scenario dello sviluppo globalizzato: un’Europa  unita, unica e solidale.

Alessandro Monicelli per LeG_MN