Categoria: Lettere alla stampa

Pomigliano d’Arco, uno scontro al “cuore” dell’uomo

Gli operai sono ricomparsi in prima pagina. Il referendum alla Fiat di Pomigliano li ha posti al centro. Lo scenario era predisposto per sancire la svolta epocale. Dopo Cristo, diceva Marchionne, per indicare un nuovo inizio nelle relazioni industriali, con l’eliminazione del conflitto e l’assoluto dominio padronale. Da tutte le parti si soffiava per l’unica razionalità possibile: il Si incondizionato alle  richieste aziendali che inaspriscono le condizioni di lavoro e impongono deroghe a diritti costituzionali (sciopero, malattia e permessi elettorali).

Invece oltre il 36% ha detto No. La prevalenza dei Si è una vittoria, ma una vittoria amara. L’obiettivo, infatti, era il plebiscito a favore, che sancisse la morte di ogni opposizione. Doveva diventare un simbolo, come 30 anni fa la marcia dei 40.000 a Torino. Avrebbe ispirato altre replicazioni anche nelle fabbriche del nord. Invece il consenso pieno è mancato, anzi, si è rovesciato nel suo contrario

Il messaggio dei No è chiaro. Il lavoro umano ha una sua dignità e va difesa, anche in tempi di crisi, sfidando i ricatti più neri e i poteri più forti. Al fondo è brillata una resistenza etica: il rifiuto dell’umano alla sua robotizzazione e liquidazione. E’ un messaggio universale. Che vale anche per tutte le situazioni di lavoro in cui è già in atto quanto viene preteso a Pomigliano.

Il No è anche un messaggio politico contro chi vuole eliminare i contratti nazionali di lavoro (senza i quali si riduce la quota globalmente destinata ai salari e aumenta la disuguaglianza all’interno degli stessi lavoratori)  e contro il governo pronto a sfruttare l’occasione offerta dalla Fiat per aggredire la Costituzione italiana, anche sul fronte del lavoro.

Recentemente la Confindustria ha dichiarato che per l’industria italiana “il peggio è passato” e “l’economia italiana è fuori dalla recessione”, contestualmente però i disoccupati hanno raggiunto il 9,1% e nel 2011 potrebbero salire al 9,6%. In realtà, già da ora, includendo cassintegrati e ridotti a part-time, la quota che cerca un nuovo lavoro supera  il 12%. Giovani (30% disoccupati) e donne (al sud 43,6% disoccupate) sono i più colpiti. L’esercito dei precari, condannati alla totale invisibilità, continua a crescere e  sono pagati dal 20 al 30% in meno di quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato, con molte più probabilità di perdere il posto di lavoro (T. Boeri).

La tecnologica consente di produrre più ricchezza, riducendo il lavoro umano. La crisi finanziaria ha fatto emergere la fragilità di un sistema di sovrapproduzione che si è sviluppato a partire dagli anni ’90. E’ un problema epocale che va affrontato. Anche in termini di redistribuzione della ricchezza. Non certo ricorrendo alla barbarie di quel nichilismo che spreme la vita delle persone, riducendole a macchine senz’anima.

Già nel 1982 il card Martini parlava dello scontro frontale tra due logiche: quella del “modello tecnicista nell’ottica quantitativa dell’avere” e quella che fa riferimento al “cuore” dell’uomo. Lo scontro è pienamente in corso.

di don Roberto Fiorini

Sottoscrivono:

Libertà e Giustizia, Centro Bruno Cavalletto, Banca Etica Mantova, Bacchi Maria, Bellintani Giovanni, Benazzi Marzia, Bignotti Carla, Bottoli Gisella, Colombo Giovanna, Di Benedetto Fabio, Di Francesco Caterina, Dessy Danila, Fiorini Roberto, Fraccalini Fausto, Galassi Laura, Goffredi Gino, Lazzari Flavio, Lucchini Catia, Magagnotti Daria, Mazzoli Paolo, Monicelli Alessandro, Morselli Caludio, Penzo Antonio, Pancera Claudia, Perani Milena, Reggiani Franco, Soliani Maria Grazia, Venturi Fulvio.

Tito Boeri sull’occupazione giovanile in Italia a Focus Economia, Radio24 – 2 luglio

La puntata in versione integrale sul sito di Radio24.

Il bronx di Virgilio e il problema sicurezza.

Lettera alla Gazzetta di un iscritto in conseguenza dell’operazione di sicurezza dei Carabinieri a Cerese di Virgilio nel cosiddetto bronx.

Gentile Direttore,

come cittadino di Virgilio desidero esprimermi sul quartiere del mio comune che il Suo giornale definisce bronx. Conosco bene la zona, poiché ci vivo. Il buon cuore dei miei cittadini è l’unico collante sociale per una comunità che da alcuni anni sperimenta sempre più il degrado economico, oltreché morale. Il bronx in particolare è il quartiere con più alta concentrazione di famiglie povere. La Gazzetta a ragione sostiene che i bassi affitti hanno facilitato l’insediarsi di immigrati e di italiani a basso reddito, ma la criminalità Direttore attecchisce nel degrado e nella trascuratezza. Questi i reali motivi che hanno portato affianco a casa mia mafiosi, latitanti e altri criminali che convivono con onesti operai, dipendenti pubblici, giovani famiglie monoreddito. Poiché la Procura sostiene che il carcere di Mantova ospita già il doppio dei detenuti consentiti e per la natura dei reati imputabili agli arrestati del bronx, ho motivo di credere che già oggi la situazione sia tornata tale e quale a prima.

Possiamo, in sincerità, continuare a nasconderci dietro l’Arma dei Carabinieri e sostenere di aver portato l’ordine a Virgilio?

Estirpiamo invece le cause criminogene del bronx!

Quanti degli affittuari pagano in nero? Quanti sono realmente i domiciliati e in che condizioni vivono? Gli appartamenti sono a norma o perdono acqua, hanno fili elettrici scoperti a portata di bambino, calcinacci che cadono? I clandestini lì domiciliati per quale azienda mantovana lavorano in nero? Vede Direttore, non ha senso assumere nuovi vigili urbani per far rispettare l’ordine nel Comune: per quello ci sono le forze di polizia. Mi auguro che la Polizia locale invece possa intensificare il controllo sui cantieri, la regolarità delle locazioni, vigilare anche sugli appalti pubblici.

Fabio Di Benedetto

Libertà e Giustizia a Virgilio (MN), incontriamoci.

Sentinella, a che punto è la notte?

Chiedo scusa al coordinatore provinciale di Libertà e Giustizia, Alessandro Monicelli, se inizio queste mie considerazioni con la stessa domanda che ha introdotto il suo ultimo intervento apparso sulla Gazzetta alcuni giorni fa.
La metafora della notte è ampiamente palese e a tal proposito vorrei scomodare, con tutto il rispetto dovuto, una figura come don Dossetti e prendere da questo frate la lettera inviata al sindaco di Bologna Vitali nel maggio del ’94. Commemorando Giuseppe Lazzati, Dossetti si chiedeva quanto resta della notte per i tanti (perché sono tanti) che non trovano una rappresentanza, una rappresentanza per uno stato libero da ingerenze affaristico politiche, per uno stato laico che rispetta la vita (e la morte) umana, che non vuole usare il dolore di moltitudini di migranti come clava per imporre regole irregolari. Sentinella, quanto resta della notte? E noi dentro a questa notte dove i cittadini non sono tutti sub-lege, uguali nei loro diritti e doveri, dove infrangere le regole diviene un vanto, nel silenzio e nell’indifferenza complessiva. Quanto durerà questa notte della coscienza, dell’etica, una notte iniziata – non a caso – proprio nel 1994 ma allevata già da prima da tanti tramonti di idee, speranze, principi.

Se la notte dunque può trovarci sulla stessa strada, più arduo mi pare individuare la sentinella.

Chi da solo può reggere il lume, spingere lo sguardo e indicare agli altri il sentiero per il mattino?
Può da solo assumersene il compito il Partito Democratico? Può farlo in splendida solitudine Libertà e Giustizia? E’ forse demandato alla rete, alle sacche di resistenza, pur presenti nella società italiana? Mi pare che la risposta sia ardua e complessa, ma che nella sostanza si traduca nella necessità che tutte le componenti di un comune sentire aderiscano a un percorso di incontro e di ascolto.

Vorrei iniziare assumendomi per Virgilio – il paese dove, al pari del coordinatore di LeG_MN, anch’io vivo – il compito di proporre l’inizio della traversata. A chi ha facoltà di farlo agisca. La sentinella nella notte non è passiva, a chi gli chiede risponde: se volete domandare, domandate e venite.

Maurizio Raschini (iscritto Pd e residente a Virgilio)

Cordibella, cosa è successo a Mantova?

Per continuare il dibattito sul dopo-elezioni a Mantova, per concessione di Sergio Cordibella pubblichiamo parte della sua intervista apparsa per i tipi della Cronaca di Mantova il 14 maggio 2010.

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Qualche cosa di importante  in forte discontinuità rispetto al passato è avvenuta con  la sconfitta alle elezioni amministrative del centrosinistra ufficiale mantovano e con il passaggio del testimone a un sindaco del centrodestra. Se tuttavia si analizzano attentamente i numeri del ballottaggio, risulta evidente che il centrosinistra rimane maggioritario in città e che la vittoria di Nicola Sodano, per quanto non risicata, ha visto un incremento dei voti del centrodestra  significativo, ma non clamoroso. Il fatto nuovo è, invece, il numero dei consensi ricevuti dal sindaco uscente  Fiorenza Brioni, che sono diminuiti rispetto al ballottaggio del 2005 di quasi 3mila unità. Questo significa che una parte consistente dell’elettorato del centrosinistra non è andato a votare”.

Le cause riguardano le divisioni profonde che negli ultimi anni hanno caratterizzato la vita del centrosinistra mantovano e, nello specifico, dei partiti  maggiori di questo schieramento poi confluiti nel Pd..

Tutto parte da molto lontano, dalle vicende interne ai Ds con la conquista  nel 1997 del controllo del partito da parte di un nucleo di funzionari  provenienti dal Pci a danno di Giovanni Zavattini,  primo candidato non funzionario a segretario dei Ds. Questo avveniva nel congresso del 1997 perso da Zavattini per un pugno di voti. Da allora la storia di questo partito, poi confluito nel Pd, è stata caratterizzata  quasi esclusivamente dalle intese o dai conflitti di questo ristretto gruppo dirigente che aveva assunto il potere interno.

Nel corso di questi anni sono stati sottovalutati, colpevolmente, i numerosi segnali di disagio dell’elettorato di centrosinistra che si sono espressi nella nostra provincia attraverso le sconfitte che si sono susseguite in alcune storiche roccaforti della sinistra che sembravano inattaccabili.

C’è stato un gravissimo errore di valutazione.

Il gruppo dirigente sembrava ritenere che, sulla scorta della  contrapposizione tra centrosinistra e centrodestra a livello nazionale e del pericolo impersonato da Berlusconi,  il popolo del centrosinistra avrebbe comunque votato anche a Mantova per il proprio schieramento. E’ avvenuto invece che l’astensionismo che nelle consultazioni locali aveva da sempre penalizzato il centrodestra, soprattutto nelle tornate elettorali per la Provincia, ha colpito pesantemente il centrosinistra mantovano. D’altra parte quando per troppe volte si i costringono i propri elettori a votare turandosi il naso alla lunga si viene puniti.

Anche le candidature hanno avuto il loro peso nella vicenda.

A Sodano è riuscito il miracolo di essere il candidato di tutto il centrodestra, mentre la Brioni era la candidata solo di una parte del centrosinistra… Quasi la metà del Pd cittadino era contraria e strati importanti della cittadinanza mantovana erano critici nei confronti della loro amministrazione. Nella vicenda sono stati fatti errori gravissimi dal gruppo dirigente non solo mantovano del Pd, non so se per incapacità o impotenza. Resta il fatto di una direzione politica del tutto inadeguata.

Il Patto Nuovo di Zaniboni

[L’opinione che la causa della sconfitta sia da attribuire all’operazione di Antonino Zaniboni e del Patto Nuovo] è una spiegazione semplicistica e non convincente, comunque ricorrente nel centrosinistra.  Il problema è che non ci si è resi conto che indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sulla persona o sulla storia politica di Zaniboni, lui e i suoi sostenitori hanno interpretato un disagio reale  e un giudizio critico piuttosto diffuso nei confronti del Pd da una parte e dell’Amministrazione Brioni dall’altra. E’ troppo comodo affermare che si è perso per le patetiche ambizioni di qualche vecchio politico che si sono tradotte poi in una iniziativa di rottura. D’altra parte si tratta di un atteggiamento non nuovo. Ricordo che nel 2000 quando mi presentai contro Burchiellaro fui oggetto di una pesantissima campagna di denigrazione da parte del gruppo dirigente in questione, con la complicità compiacente, peraltro, della Gazzetta di Mantova del direttore Baraldi. Tranne poi procedere da parte dello stesso gruppo dirigente  senza alcuna autocritica  alla stroncatura di quella esperienza amministrativa e alla demolizione sul piano personale dello stesso Burchiellaro. Ma allora chi aveva ragione nel 2000? C’è comunque dell’altro nella  sconfitta odierna: non sono stati solo gli scontri interni tra fazioni concorrenti a determinarla.

Separazione Pd – Società civile.

In realtà il Pd e le Amministrazioni che ha espresso scontano un progressivo isolamento rispetto alle forze più vive e dinamiche della società mantovana. Mi sembra che siano andate perdute  relazioni importanti e la capacità di rappresentare  realtà significative, sociali, economiche e culturali, della città e del territorio. Ad esempio c’è ormai una separazione tra partito e mondo intellettuale, e lo stesso vale per altri settori della società mantovana. C’è stata una chiusura autoreferenziale al proprio interno e i problemi reali della città e della gente sono rimasti sullo sfondo. Nei loro dibattiti  si è quasi sempre parlato d’altro. C’è stato anche un abbandono, talvolta polemico tralaltro silenzioso di personalità e pezzi importanti della società locale indotti  ad  allontanarsi. Devo dire con grande soddisfazione degli attuali dirigenti, perchè tanti possibili concorrenti che potevano insidiare le loro ambizioni se ne andavano. Ma è soprattutto  una povertà di elaborazione  culturale a caratterizzare il Pd mantovano, che si traduce poi in una azione politica inefficace o assente. Così bisogni e interessi importanti rimangono senza risposte, senza  interventi concreti che non siano di generica propaganda. La sanità ne è un esempio, ma ce ne sono molti altri.

Il dibattito che si è sviluppato sulla sconfitta all’interno del Pd mi sembra molto deludente perché, oltre al rimpallo delle responsabilità, non c’è stata un’analisi all’altezza di quello che è avvenuto. Chi non è andato a votare o chi addirittura ha votato per altri candidati e altre liste, diverse da quelle del centrosinistra ufficiale, non l’ha fatto per ragioni “ignobili”, ma aveva delle motivazioni importanti che esigono rispetto e considerazione. Se i dirigenti del Pd non capiscono questo e pensano, come sempre hanno fatto, di imputare al “tradimento” degli altri la loro sconfitta, se non cercano di comprendere le ragioni di chi si è dissociato rispetto alle loro scelte, io credo che il processo di ricomposizione del centrosinistra mantovano non sarà possibile e che le divisioni che si sono determinate continueranno ad approfondirsi, o comunque  a non essere ricomposte.

Settis lascia il Centro Te

Credo che sia legittimo che una nuova Amministrazione possa scegliere di collocare nei posti strategici le  personalità che meglio interpretano i propri progetti e i propri programmi. Tuttavia nella vicenda  Settis è il modo con cui si è arrivati alle sue dimissioni che lascia sconcertati e perplessi. Una personalità come l’ex-presidente del Comitato scientifico del Centro Te non può essere licenziato per interposta persona. Si poteva agire in modo più civile e rispettoso delle persone. Penso poi che nella vicenda qualcuno abbia travalicato le proprie funzioni, e non mi riferisco al Sindaco. Anche gli “amici” troppo zelanti possono far danni.

Dopo elezioni a Mantova. L’impegno volontario attende l’apertura dei partiti.

Il Pd di Mantova e il Pd di Virgilio, interpellati, non hanno voluto rispondere a questo articolo.

Sentinella, a che punto è la notte?“[v.]

 

E’ passato circa un mese dalla sconfitta elettorale di Mantova e dalle prime considerazioni “a caldo” che anche noi abbiamo  fatto sul blog e via mail prendendo spunto dalla mia lettera aperta al Patto Nuovo. Mi pare, osservando i semplici fatti con fredda concretezza e senza alcun spirito (ormai stanco e improduttivo anche questo) polemico che nulla di nuovo si stia concretizzando, sui due fronti su cui si può giocare il possibile (e auspicabile) cambiamento e cioè quello della politica ufficiale e quello della cosiddetta società civile.

Politica ufficiale

Sul fronte della politica ufficiale, stando alle notizie delle cronache locali, si sono registrate le dimissioni del segretario provinciale PD Massimiliano Fontana subito respinte da tutte le componenti interne del partito che così possono continuare a scontrarsi fra loro in un dibattito surreale (di fronte alla gravità della pesantissima sconfitta elettorale) fra chi cerca “il colpevole” rimpallandosi le responsabilità, chi vuole il cammino della riflessione verso un congresso straordinario e chi vorrebbe la convocazione degli “stati generali” di cui, ma qui è forse colpa mia, non ho colto bene  l’ubi consistam – vedete, anch’io come Zaniboni, posso permettermi citazioni latine! –
La lista il Patto Nuovo per Mantova continua imperterrita a ritenersi il nuovo che avanza e sproloquia con lettere sempre più astruse, sostanziate soprattutto da un politichese che più vecchio e doroteo non potrebbe essere (non per niente ha avuto l’appoggio dell’UDC).

Per quanto riguarda il maggior partito (ora solo di opposizione), la prima e ovvia impressione che si coglie dall’esterno è che ancora una volta nulla cambi, che chi porta la totale resposabilità politica di questa situazione si riproponga come fautore di una diversa quanto non ben precisata stagione politica, che ancora una volta più che un dibattito aperto e franco si sia reinnescato l’ennesimo regolamento di conti fra le correnti, che “il radicamento sul territorio e l’apertura alle istanze diverse della società” restino un puro slogan senza contenuto, non verificandosi di fatto alcuna vera apertura del partito a nulla di diverso da sè, senza alcuna attenzione a quanto nonostante tutto gli lievita attorno e mantenendolo così ben vincolato alle logiche correntizie e personali che lo hanno fin qui guidato e contraddistinto. Non sembra proprio che si sia in grado di cogliere la profondità delle cause di queste sconfitte ripetute, che affondano le sue radici nella profonda debolezza culturale che ha portato la sinistra a una perdita grave di identità, allo smarrimento di valori chiari, certi e condivisi, al rapporto vivo con le speranze delle persone, a rappresentare uno sguardo sul futuro verso cui indirizzare il cammino della società. Sembra piuttosto che la dirigenza e il personale politico viva una “coazione a ripetersi” in ogni circostanza (ormai purtroppo numerosissime): mantenere le proprie posizioni.

VIRGILIO

Prendo ad esempio la situazione a Virgilio (ci abito), dopo la durissima sconfitta alle comunali dello scorso anno: è passato quasi un anno e se ne può quindi vedere il suo sviluppo temporale.
L’essere passati da 1.500 voti di vantaggio nel 1999, ai soli 50 (!) di vantaggio del 2004 grazie a una operazione “clientelare” che ha “comprato” un piccolo ma sufficiente pacchetto di voti sul tema della protezione civile, ai 1.500 voti di svantaggio del 2009 mi pare un trend agghiacciante di fronte al quale una forza politica non può non porsi degli interrogativi seri, cercare di capire cosa c’è stato e immaginare cosa possa esserci domani come risposta diversa e più adeguata… e il primo passo, direi obbligato, mi pareva dovesse essere quello di aprire un confronto a tutto campo, cercando un coinvolgimento il più ampio possibile, l’apertura di un dibattito senza preclusioni e tatticismi, l’individuazione di uno scenario complessivamente diverso dentro il quale collocarsi e muoversi… Personalmente avevo lanciato “messaggi” per qualche incontro “aperto” ( e qualcuno mi aveva pure assicurato che “certamente” ci sarebbero stati.). Nulla si è mosso. L’autunno poi vide il PD impegnato nei congressi e anche questa (ma sono proprio ingenuo!) pensavo potesse diventare un’occasione importante, ma la dirigenza si schierò – ovviamente – con Bersani e ciò costitui, per i soliti addetti ai lavori, la sostanza del percorso che portò il partito alle primarie.
Vi furono comunque oltre 400 votanti: vi andai anch’io non perchè fossi particolarmente interessato alla battaglia per il segretario, ma (come molti altri amici) perchè ritenni importante dover contribuire alla visibilità di una massa numericamente consistente che fosse un segnale politico generale. In un momento di già grande debolezza, vi immaginate cosa avrebbe potuto significare un numero scarso di votanti alle primarie del maggior partito di “opposizione”? Soprattutto perchè ancora una volta ci fosse un segnale forte alla dirigenza per imprimere quella svolta capace di dare finalmente una casa “comune” a tanti che ancora erano disposti a concedere credito e, magari, anche a impegnarsi. Non successe nulla: non si tentò di agganciare con qualche iniziativa chi aveva dimostrato di poter tornare o diventare un patrimonio da valorizzare e non si ritenne ancora una volta di dare voce ad alcuno. A gennaio arrivò solo una lettera un po’ sgangherata in cui si annunciava che era aperto il tesseramento e che la sezione (no scusate, il circolo) era aperta… che la politica costa… In tutti questi mesi quindi, oltre a una politica di opposizione debole e inadeguata in Consiglio comunale e nei fatti mediaticamente, non è partita nessuna iniziativa, nessun percorso programmatico alternativo, nessuna proposta culturale, nessuna ricerca di apertura. E’ di questi giorni (finalmente) la notizia di una iniziativa: gita al Gargano!

Società civile

Anche la società civile però è in grande difficoltà.  Ne sono la conferma e l’immagine locale le reazioni al nostro intervento dopo i risultati elettorali: ho raccolto voci di rabbia, indignazione, delusione, sconforto…ma un po’ impotenti. I contatti che ho cercato e avuto con altri gruppi e associazioni mantovane testimoniano il comune smarrimento e il rimpallarsi della domanda “che fare?”. Molte sono le persone e i gruppi che stanno facendo grandi cose sul territorio, ma restano “sacche di resistenza e di testimonianza” che non trovano alcun ascolto dalla politica ufficiale che da una parte non sa molto probabilmente cosa farsene (dovrebbero essere capaci di un salto culturale che probabilmente non è nel loro dna) e dall’altra sono seriamente “temute” perchè senza dubbio rischierebbero di far saltare le logiche dei consolidati poteri interni.  Nè ciascuna di queste associazioni ha ancora la forza di imporsi, di farsi sentire, di riuscire a condizionare il dibattito politico, a indirizzarlo su altre strade e verso altri orizzonti.

Conclusioni

Vaga nell’aria questa idea di costituirsi “in rete” (oggi si usa dire così: ci sembra di essere più moderni), cioè di tentare di unire gli sforzi perchè le identità e le specificità di ciascun gruppo e associazione non solo diventino patrimonio di tutti, ma soprattutto trovino la forza di rompere il cerchio della nostra autoreferenzialità e di aggredire le logiche di una cultura – senza dubbio putroppo oggi divenuta maggioritaria – di assai basso profilo, appiattita  sulle “paure” della gente e sugli “istinti” che questa cultura produce nella pura logica della ricerca del consenso.
E’ un compito arduo che spetta a tutti quelli (e per fortuna sono ancora tanti) che non si vogliono rassegnare al decadimento della nostra vita sociale, all’abbattimento delle conquiste democratiche, al venire meno dei diritti di uguaglianza e di libertà della persona. Ma è un impegno che dobbiamo assumerci per imbastire una nuova e approfondita riflessione comune e per metterci nelle condizioni di svolgere una conseguente azione efficace sul nostro territorio.

Alessandro Monicelli, coordinatore Circolo Mantovano di Libertà e Giustizia
(lettera pubblicata il 12/05/10 sulla Gazzetta di Mantova, pg. 33)

Il Vuoto – denuncia di Libertà e Giustizia

Vi trasmetto l’annuncio che la nostra associazione lanciava qualche giorno fa e vi segnalo che il nuovo appello è stato pubblicato in una intera pagina sulla Gazzetta di Mantova di domenica scorsa. Spero possiate sentirvi interpellati, mandiate vostri commenti e pareri, lo diffondiate fra amici e conoscenti.

Ricordo anche che sono aperte le iscrizioni all’associazione per l’anno in corso.

A risentirci presto  per qualche iniziativa.

Alessandro Monicelli

Il Vuoto

A distanza di un anno dal documento che rompeva il silenzio sul degrado della democrazia, Libertà e Giustizia torna ad alzare il velo sulla situazione politica italiana e lo fa rendendo pubblico un appello-denuncia dal titolo Il Vuoto. Il testo scritto dal presidente onorario di Libertà e Giustizia Gustavo Zagrebelsky è firmato dai garanti e dall’ufficio di presidenza dell’associazione. Il documento solleva il tema della responsabilità:

“Mancheremmo ai nostri doveri di cittadini responsabili del presente e del futuro, nostro e dei nostri figli, se non denunciassimo, insieme al degrado, il vuoto che è il suo terreno di coltura”.
Un vuoto, è la denuncia di LeG, “nel quale prospera una mai vista concentrazione oligarchica di finanza, informazione e politica che spazza via la distinzione pubblico-privato, ignora il senso delle istituzioni e giunge al punto di fare uso privato dell’atto pubblico per eccellenza, la legge. Non è solo questione di decenza e di etica pubblica”. Il vuoto più pericoloso, denuncia il manifesto, è quello dell’opposizione, responsabile di non aver elaborato: “un’analisi della nostra presente situazione, per costruirvi sopra una politica da proporre e sostenere apertamente e chiaramente di fronte ai cittadini”. Al vuoto si sta opponendo la società civile. “Le mobilitazioni pubbliche per il diritto al lavoro, la difesa della Costituzione e della legalità sono state una novità, anzi una sorpresa”. Il segno che “si può essere intensamente partecipi della politica anche senza appartenere a un partito”. Libertà e Giustizia si sente partecipe di questo risveglio democratico che è in atto. Ma ai partiti chiede chiarezza. Nell’ultima parte del documento, sono elencati i punti irrinunciabili di un percorso politico sostanziale: il tema del conflitto d’interessi, la legge elettorale, la difesa del parlamento e della legalità. Con una certezza: “crediamo che la chiarezza su questi punti sia premessa e condizione della fiducia che i cittadini possano nutrire nei confronti dei propri rappresentanti”.

QUI il testo completo del Documento

2 giugno Festa della Repubblica: proposta di Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky

Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, a nome dell’Ufficio di Presidenza e dei Garanti di LeG, propongono una legge perchè il 2 giugno sia la “Festa della Repubblica e della Costituzione”. Il nostro sito pubblica il documento di Libertà e Giustizia e lo condivide con i suoi lettori…

Cosa ne pensate?

L’iniziativa è chiaramente una provocazione. LeG da sempre si batte per la centralità dei valori costituzionali nell’opera di governo e con preoccupazione assistiamo ogni giorno allo svilimento della Carta fondamentale in favore di un sistema di valori estraneo all’esprit dei nostri padri costituenti.

LeG_Mantova continuerà la propria opera quotidiana di testimonianza e di libera opinione, anche con il vostro contributo:

PARTECIPATE ALLE NOSTRE INIZIATIVE: la prossima il 13 marzo, per parlare di economia e lavoro