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Analisi della relazione politica 2011 del Pd mantovano

Ci può essere nulla di più avvincente dell’analisi di una relazione politica provinciale? Mentre sta per cominciare l’avventurosa ed eccitante esegesi del discorso di un contemporaneo segretario provinciale di partito, già fremo e con vaghi gesti delle mani mi libero di altre letture assai più noiose. Entro subito nel merito.

Ho conosciuto Massimiliano Fontana e sono convinto di condividere con lui una buona parte delle mie idee politiche, evidentemente non tutte poiché da tempo abbiamo scelto di far parte di dimensioni politiche differenti. Quel che si leggerà in seguito è un’analisi del solo documento scritto, certamente non dell’uomo. D’altra parte, come si giudica un uomo?

Un testo scritto invece può essere sottoposto ad analisi critica, sotto diversi approcci. Un modo interessante potrebbe essere l’approccio psicologico al discorso. Magari si potrebbe dedurre dalle questioni e dai fatti rimossi un sostanziale conflitto interiore al partito, una latenza composta di irrisolta incompletezza, un edipico assassinio del padre (il Pci), un forte desiderio di fottere la base. Ovviamente sto scherzando, mi si consenta di alleggerire un discorso di per sé forse poco accattivante. Torno al tono politico del discorso.

Tale relazione scritta (che qui allego in pdf) è stata presentata nel luglio 2011 all’assemblea provinciale del Pd mantovano e firmata dal segretario provinciale. Il documento intende condurre una sintesi della sensibilità politica del Partito democratico di Mantova, o quantomeno della sua segreteria provinciale.

ANALISI SUB-SPECIE POLITICA

Colpisce alquanto notare che l’unico riferimento di teoria politica citato nel testo si rivolge a John Locke, un filosofo britannico del Seicento.

Il Partito democratico ha assunto tale appellativo in conformità con la tendenza generale tardo-novecentesca a una de-ideologizzazione in politica, sostanziatasi in partiti assai più assimilabili a comitati elettorali che a rappresentanze di una visione coerente di una prospettiva politica. Il richiamo al termine “democratico” è inoltre un chiaro riferimento all’esperienza statunitense oltre che un frettoloso e maldestro smarcamento ideologico dalle esperienze pregresse. Che la questione ideologica giaccia irrisolta nel Pd nazionale lo si vede dalle frequenti divisioni interne sulle scelte valoriali più dibattute: diritto di famiglia, religione, guerra, scuola, federalismo, etc.. Ma non intendo digredire su quella che io ritengo la quaestio princeps del Pd italiano.

John Locke (1632 - 1704)

John Locke (1632 - 1704)

La cosa assai più rilevante, tornando al documento in analisi, è che l’unico riferimento teorico è rivolto a un filosofo inglese di quattrocento anni fa: Fontana assume Locke[1] come riferimento quando deve descrivere la società civile. Ora, mi chiedo come sia possibile parlare della società civile oggi senza considerare che essa può nascere solo da una reale consapevolezza di se stessa. Per rimanere in ambito liberale si sarebbe potuto citare più correttamente J.S. Mill, Bentham, Kant al limite! Chiedere un riferimento a Gobetti, Martin Luther King, Berlinguer o Rifkin (in rapida selezione cronologica..) sarebbe stato troppo immagino. Mi chiedo dunque cosa intenda la segreteria del Pd mantovano per società civile. Mi allarma assai leggere quanto scritto nel documento in analisi, se non altro perché si deduce la volontà di parlare di un qualcosa senza conoscerlo per davvero. Per dire, lo sa Fontana che attribuendo a Locke i prodromi della nascita del concetto che oggi si definisce come società civile la si caratterizza, e non poco, di un certo intrinseco corporativismo? La si priva del suo reale potere, la sovranità popolare? Farei molta attenzione a questo singolare passaggio della relazione politica del segretario mantovano: secondo questa visione in politica non sarebbe tanto determinante la partecipazione popolare alle decisioni politiche, quanto la concertazione fra corporazioni di rappresentanza, o fazioni politiche presenti fra gli organi decisionali.

Siamo disposti a credere che si sia trattata di una semplice svista forse, ma poi confortiamo questa preoccupante visione politica della società con altre parti del documento, dove leggiamo con frequenza di un partito che assume solo per sé il compito di rappresentanza e si arroga la facoltà di selezionare – secondo le proprie sensibilità – gli esponenti più in vista della società civile.

Secondo questa interpretazione, ci si dimentica di alcune prerogative fondamentali della società civile. Essa è apartitica, plurale, progressiva, acefala (o con mille teste, che è lo stesso). La connotazione qui afferita alla società civile si adatta meglio a una pluralità di singoli gruppi, ciascuno con un proprio referente che faccia da “ponte” fra questa e il partito.

Martin Luther King (1929 - 1968)

Martin Luther King (1929 - 1968)

Incredibilmente si descrive la società civile come portatrice di «un bisogno nuovo, una volontà riformatrice che dobbiamo interpretare[2]», più avanti ancora si accenna a «questa novità, di questa nuova presenza[3]» e a «un impegno nuovo[4]» dei cittadini. Comprendo l’enfasi data dall’allora recente successo elettorale e referendario, ma l’utilizzo di questo lessico potrebbe lasciar trapelare una sostanziale mancanza di interesse per la storia della società civile attuale, che non nasce oggi. Non è presente nessun appunto sul fatto che il referendum 2011 non era stato promosso dal Pd, nè che alle precedenti elezioni provinciali il candidato di centrosinistra prese più voti mentre il candidato di centrodestra ha ottenuto oggi diecimila voti in meno[5].

Evitare di fare accenno alla storia della società civile mantovana e presentarla solo nelle sue più recenti espressioni non è una buona prassi per chi desideri comprenderla per davvero. Speriamo allora che non sia così, e che la società civile non sia intesa dal Pd mantovano come un sistema locale di bacini elettorali da soddisfare con «snodi fondamentali delle istituzioni mantovane[6]».

Senza fare alcuna polemica, e rimanendo in ambito politico generale, dalla lettura del documento pare si evinca una sostanziale separazione fra partito e società civile, con contiguità occasionali denominate «connessioni[7]». Possibile che non si comprenda che anche i partiti sono società civile? Se così non fosse, i partiti sarebbero formati solo dai dirigenti.

Questa società civile, poiché nasce da un’esperienza post-illuminista (e dunque può dirsi più modernamente democratica) desidera rappresentanza e non cooptazione. Ciò dovrebbe avvenire assolutamente dentro ai partiti (art. 49 della Costituzione, citato nel documento e non approfondito) oltre che fuori da essi.

Fabio Di Benedetto


[1] Cfr. M. Fontana, Relazione politica. Assemblea provinciale del 22 luglio 2011, Mantova, p. 3.

[2] Cfr. Ivi, p. 2.

[3] Cfr. Ivi, p. 3.

[4] Cfr. Ivi, p. 5.

[5]Cfr. Dati elettorali sul sito del Ministero dell’Interno: http://provinciali.interno.it/provinciali/amm110515/retro/P045.htm

[6] Cfr. M. Fontana, Relazione politica, p. 3.

[7] Cfr. Ivi, p. 5.

2 giugno Festa della Repubblica: proposta di Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky

Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, a nome dell’Ufficio di Presidenza e dei Garanti di LeG, propongono una legge perchè il 2 giugno sia la “Festa della Repubblica e della Costituzione”. Il nostro sito pubblica il documento di Libertà e Giustizia e lo condivide con i suoi lettori…

Cosa ne pensate?

L’iniziativa è chiaramente una provocazione. LeG da sempre si batte per la centralità dei valori costituzionali nell’opera di governo e con preoccupazione assistiamo ogni giorno allo svilimento della Carta fondamentale in favore di un sistema di valori estraneo all’esprit dei nostri padri costituenti.

LeG_Mantova continuerà la propria opera quotidiana di testimonianza e di libera opinione, anche con il vostro contributo:

PARTECIPATE ALLE NOSTRE INIZIATIVE: la prossima il 13 marzo, per parlare di economia e lavoro

Alessandro Monicelli interviene a Rintracciarti per Libertà e Giustizia Mantova

Pubblichiamo l’intervento del coordinatore di LeG_MN Alessandro Monicelli a Rintracciarti, il 5 dicembre 2009.

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Avremmo desiderato affrontare questo incontro dal titolo “Il diritto di sapere, il diritto di informare” in un’ottica che ci è assai cara e che ha molto caratterizzato l’attività della nostra associazione Libertà e Giustizia in questi anni, vale a dire quello di proporre la riflessione sul tema partendo dal dettato Costituzionale. Per una serie di sfortunate coincidenze non siamo potuti arrivare a chi doveva guidarci in questo cammino, la prof.sa Carlassare docente di diritto costituzionale all’università di Padova, e quindi, facendo di necessità virtù, cercherò, come responsabile del circolo mantovano di LeG, di proporre alcuni brevi spunti di riflessione in un’ottica però completamente diversa.

I relatori di questo incontro, ciascuno a suo modo, rappresentano qualcosa su cui incombe la seconda parte del titolo del nostro incontro, cioè “Il dovere di informare”, essendo essi giornalisti, attori, comunque tutti in qualche modo facitori, operatori dell’informazione.

Io non lo sono e vorrei quindi poter portare il punto di vista di chi si trova dall’altra parte della barricata, non certo perché non concordi con quello che è stata detto, quanto perché come semplice cittadino sono dalla parte di chi ha “il diritto di sapere”.

Nel manifesto di nascita di LeG che, ormai 7 anni fa, avevano predisposto i fondatori dell’associazione, Umberto Eco, Enzo Biagi, Claudio Magris, Umberto Veronesi, Giovanni Sartori, Gae Aulenti, Giovanni Bachelet, Alessandro Galante Garrone, Guido Rossi che hanno poi costituito il primo comitato dei garanti, si partiva da una semplice osservazione, vera certamente già allora ed oggi drammaticamente quanto mai attuale, nella quale si diceva “oggi tanti nostri concittadini non sono soddisfatti dello stato del Paese, ma non trovano gli strumenti culturali per unirsi e cambiarlo, per contare insieme, per far valere il loro impegno civile. Perché il dibattito politico assomiglia spesso ad una rissa o ad uno spettacolo, gli spazi di confronto serio e moderno sono limitati e ristretti”.

E’ evidente che la prima chiamata in causa sia la “politica”, o meglio quella strana cosa a cui si è ridotta la politica del nostro paese, qualcosa che sta trasformando la democrazia in un “potere” che si esercita ormai con logiche, modalità, tempi, priorità, riti sempre più avulsi dai problemi della società civile quando addirittura contro di essa.

Ma se il potere vuole esercitarsi secondo le proprie logiche e non secondo i principi, i diritti ed i bisogni reali , deve comunque cercare un consenso di base e per fare questo ha bisogno dell’informazione, o meglio della manipolazione dell’informazione.

L’irrisolto “conflitto di interesse” per l’Italia rappresenta la madre di tutti i mali che le stanno cadendo addosso: la miopia, le presunte furbizie politiche, la debolezza di chi avrebbe dovuto vigilare ed impedire quanto poi è puntualmente avvenuto ci ha infilato in un cul de sac dalle pesantissime conseguenze non solo in termini politici, ma istituzionali.

Ormai è chiaro che non siamo di fronte semplicemente ad una “alternanza politica” come sta nella logica di ogni democrazia, ma ci troviamo di fronte ad una “alternanza di sistema” che vuole modificare le regole del gioco.

La profonda compromissione privato / pubblico sta generando mostri nel campo della giustizia come dell’informazione, della finanza come dell’economia, della cultura come dei servizi sociali, della scuola, della sanità, della sicurezza, della convivenza civile, dei diritti come dei doveri e di conseguenza finisce con il generare un cortocircuito istituzionale che mina le basi del buon funzionamento di una vera democrazia.

E non intendo solo la degenerazione (tutta italiana per quantità e qualità fra gli stati più avanzati) della corruzione, ma della visione, del modus operandi e delle scelte delle nostre classi dirigenti e politiche.

Per limitarci all’informazione che è il tema di quest’oggi assistiamo, ormai da più di 20 anni, alla progressiva strutturazione di “monopoli” informativi che hanno finito con il modificare la “cultura” del nostro popolo, il sentire della gente, e creato quella “pancia” ” cui ormai si fa così spesso riferimento ed appello per giustificare qualunque porcata.

Se mi chiedete che cosa manca oggi all’informazione, mi verrebbe voglia di rispondere . “manca l’informazione”. Oggi forse più che mai (tralasciamo i periodi di dittatura..) è così difficile, per non dire impossibile distinguere la notizia non tanto dal commento, ma ciò che è tragico dal suo uso strumentale per la costruzione del consenso. Tutto oggi rischia di essere utilizzato e finalizzato a questo.

Dai titoli, sparati sui giornali non solo in modo sensazionalistico, ma già orientati a creare un’opinione (se c’è lo stupro, un furto, un’aggressione è bene che il titolo rimandi già agli extracomunitari così alimentiamo ancora la paura).

Dalla costruzione dell’articolo (per esempio: se l’economia va male lo si nasconde se è possibile e comunque ha sempre “altri” come colpevoli quando addirittura non solo le maldicenze e le delle bugie dell’opposizione).

Dai silenzi o dalla vaghezza con cui le notizie sgradite vengono taciute o riferite con solo qualche accenno per giunta decontestualizzato per cui perdono il loro reale significato.

Dallo stravolgimento della stessa storia, passata e recente, che viene di fatto riscritta ad uso del potere di oggi, distorta, manipolata……e giù, giù fino ad arrivare alle campagne intimidatorie, scandalistiche di cui in questi mesi siamo stati riempiti e forse non abbiamo ancora visto fino a che punto sia possibile arrivare (sono stati donati al nostro B dal dittatore usbeco, quattro faldoni di dossier …strano regalo in questo strano viaggio …).

Quando ormai i giornalisti sono puri dipendenti stipendiati in ragione della loro fedeltà e non delle loro capacità di stare “a schiena dritta” come diceva Indro Montanelli o quando si assumono non persone provenienti dalle scuole di giornalismo, ma dagli uffici più melmosi dei servizi segreti (vedi Betulla e quant’altro) quale informazione volete che esca?

Ci manca solo, come leggevo in questi giorni a proposito della Stasi ( i servizi segreti della ex DDR) per false lettere costruite nella vicenda del sequestro Orlandi oggi tornato alla ribalta, che venga istituito l’addetto alla “disinformazione”!

E sulla TV, cosa è ormai possibile dire che non sia già stato detto e sia chiaramente davanti ad ognuno che ancora sia capace di un minimo di raziocinio e di discernimento.

La situazione italiana già scontava un vizio originario, ma che è andato aggravandosi dal non pienamente indagato periodo degli anni ’80 dove si collocano tutte le radici delle male piante che oggi infestano tanta parte del nostro paese: la subalternità del servizio pubblico al potere politico (leggi partiti sinistra compresa).

A questa situazione già di per sé anomala rispetto agli altri Paesi e certamente non foriera di libera espressione e di reale pluralismo, si deve aggiungere la circostanza, anche questa tutta italiana, che vede un privato signore proprietario del 50% delle televisioni e poi per farla completa, l’ulteriore aggravante che, con il governo di centro destra con Presidente del Consiglio lo stesso signore padrone delle TV private, il controllo effettivo della Rai si è spostato dal Parlamento (e dai partiti) direttamente al Governo (ricordo che secondo la legge Gasparri la maggioranza dei consiglieri del Consiglio di amministrazione è nominata dalla maggioranza parlamentare ed il Direttore generale è nominato dal ministero del Tesoro).

E qui, credo, stia il nodo fondamentale da sciogliere per poter sperare di avere un servizio pubblico autonomo, indipendente, dei cittadini e non dei partiti e del governo.

Non dimentichiamo che le ricerche di mercato ci dicono che l’80% degli italiani ha una sola fonte di informazione : la Televisione!

Giovanni Valentini, sulle pagine di Repubblica di qualche settimana fa, riportava le tre parole con cui il fondatore della BBC inglese indicava i compiti del servizio pubblico: educare, informare, intrattenere.

C’è bisogno di commentarli?

Per capire in quale considerazione vengano tenute queste tre parole dalle nostre televisioni, basterebbe ricordare le indicazioni date ai propri addetti al marketing dallo stesso sig. B. che diceva: “immaginatevi sempre di avere davanti dei ragazzini di quattordici anni!”

Ed infatti, non solo le TV private, ma anche quella che dovrebbe avere il compito istituzionale di servizio pubblico, sotto l’incalzare del demone dell’ audience (il cancro distruttivo della qualità culturale) che significa denaro della pubblicità, ha inseguito ed fa concorrenza , evidentemente al ribasso, ad una complessiva programmazione di sempre più basso profilo.

Se questo quindi è quello che arriva in casa alla grande maggioranza degli italiani che evidentemente non hanno possibilità e capacità di mettere a confronto e quindi di farsi una opinione propria e quindi di saper giudicare e scegliere, quali sono le alternative e le possibilità che ci restano?

Nell’attesa, speriamo non vana e troppo lunga che si abbia finalmente una opposizione in grado di progettare un’alternativa credibile e che abbia le gambe per cominciare un percorso, è nostro dovere sostenere in tutti i modi quella parte di stampa,di televisione e di cultura che ancora ha la voglia e la capacità di cercare la verità (non quella assoluta che non esiste, ma quella reale, di tutti i giorni, quella che consente a ciascuno di noi di sentirsi nello stato come “a casa propria” e non crea le paure della convivenza civile).

Ma non basta! La gravità e l’urgenza della situazione richiede una assunzione di responsabilità e direi di supplenza della società civile nei confronti della politica che ci è stata espropriata e per saper immaginare e sperimentare forme di nuove aggregazioni, nuovi sistemi di confronto e di trasmissione delle informazioni (un tempo si sarebbe detto fare “contro- informazione”), inventarsi strumenti per ridiventare attori protagonisti delle nostre storie e quindi anche della Storia.

LeG vuole essere uno di questi strumenti e lo vuole essere in sintonia ed in unità con le mille associazioni che sul territorio sono presenti e sono uno dei segnali più confortanti di questo triste momento: è grande segno di speranza constatare che in questa società dove pare prevalga l’individualismo e il localismo (che è la forma sociale dell’individualismo) fioriscono un numero enorme di associazioni, circoli, movimenti, gruppi, magari piccoli, frammentati, scollegati fra loro, ma vivi, importanti.

Non c’è volta che negli incontri che organizziamo o a cui partecipiamo, non lanciamo un segnale di collaborazione e di collegamento con gli altri gruppi ed associazioni: insieme, ma solo insieme, possiamo sperare di avere un ruolo e la forza di essere decisivi in questo momento.

Sempre nel manifesto, e chiudo, della nostra associazione si dice : LeG sarà il luogo per discutere serenamente, per creare occasioni di approfondimento e di documentazione sui fatti fondamentali che stanno mettendo in crisi la nostra democrazia, LeG non è un partito, non vuole diventarlo e non punta a sostituirli, ma vuole dare un senso positivo all’insoddisfazione che cresce verso la politica, trasformandola in partecipazione e proposta…vuole arricchire culturalmente la politica nazionale con le sue analisi e le sue proposte”.

Permettetemi un’ultima chiosa, brevissima, su un avvenimento di attualità, ma che non è fuori luogo rispetto alle cose che ho detto e a questo dibattito: oggi, molti noi di LeG saranno a Roma alla manifestazione che spero numerosa. E’ per me incomprensibile che il partito che dovrebbe rappresentare la principale forza di opposizione non colga fino in fondo la voce che arriva, forte e chiara, magari non sempre a tono, dalla società civile e che il partito che ha voluto rifondarsi per rispondere adeguatamente alla nuove sfide della società non accolga, incoraggi, faccia propria una iniziativa che viene dal basso, da quella società civile in cui dice di volersi radicare. Non è un buon segnale!

Ma oggi ci siamo “rintracciati”: vediamo di non perderci di vista e di creare tutte le occasioni possibile per una lavoro comune che riapra la strada alla miglior convivenza possibile.

Alessandro Monicelli

Lettera di Mons.Tardini e prossime iniziative di Libertà e Giustizia_MN

Care amiche e cari amici, approfitto per ricordarvi alcune iniziative dei prossimi giorni, ma soprattutto per girarvi un documento a dir poco straordinario redatto dall’allora mos. Tardini (CLICCA QUI), poi cardinale e tra i più eminenti personaggi della segreteria di Stato vaticana ai tempi di Pio XII: come mai nella Chiesa  ha prevalso un comportamento così allineato e compiacente (L’ uomo della Provvidenza”!) e come. mai, attualizzando, la storia si ripete? (domanda retorica?).

Ieri nella piazza di  Gozzolina di Castiglione delle Stiviere, ore 14 / 24, partecipazione alla manifestazione “Festa dei diritti” dentro le manifestazioni organizzate da “L’altro Festival” di cui cui vi ho già fatto avere il programma. Al nostro presidio, è stato distribuito il libretto della Costituzione Italiana, un volantino della nostra associazione per dire chi siamo e continueremo, assieme al Comitato spontaneo per la libertà di stampa, la raccolta delle firme sul documento di Cordero/Rodotà/ Zagrebleski che poi invieremo a Repubblica.

Il 29 sett. incontro dibattito presso la sala dell’arci Tom, località Borgochiesanuova, in collaborazione con Banca Etica. La settimana entrante vi invierò il volantino d’invito che spero facciate girare.
Il 2 ottobre ad Esenta di Lonato, sempre nell’ambito de “L’altro Festival” dibattito sul volontariato in cui la nostra associazione tratterà il tema del “volontariato in politica”. Proiezione poi del film documento: “Come un uomo sulla terra”. Anche di questo evento vi darò più dettagliate informazioni nei prossimi giorni.

Un saluto a tutti.

Alessandro Monicelli

La dittatura dei sorrisi – L’Italia sotto Berlusconi

Chi segue questo blog vorrà perdonarci la pubblicazione di un post che non riguarda direttamente Mantova. Eppure il video del programma tedesco ORF, intitolato “La dittatura dei sorrisi – L’Italia sotto Berlusconi” credo sia molto interessante. Un punto di vista terzo, aggiornato e ricco d’informazioni. Con buona sintesi il video intende spiegare il fenomeno berlusconiano ai cittadini non italiani. Il lavoro giornalistico contiene interviste, fonti giornalistiche, video originali, immagini (quasi) inedite.

Insomma, una buona visione estiva. Consigliatelo anche ai turisti tedeschi che siedono accanto a voi in spiaggia.

Nota: i sottotitoli sono attivabili cliccando sul pulsantino in basso a destra.

Prosegue con:

Democrazia nella crisi dell’Economia globalizzata [1]

Economia, Lavoro, Democrazia.   Rompiamo il silenzio.

Qualcosa è mutato, infatti, nel nostro costume civile e politico. E il nuovo che avanza ci suscita preoccupazione per la tenuta di quelle regole e ordinamenti che rendono possibile la convivenza, garantiscono un sentimento di comune appartenenza. Si dice che la democrazia si concretizzi in quel “plebiscito quotidiano dei suoi cittadini” (Renan) che fa sì che il corpo sociale di una nazione si riconosca in norme e principi comuni, conceda legittimazione alle proprie istituzioni, chiami ogni singolo cittadino, attraverso il proprio Lavoro e l’azione pubblica, a fornire il proprio contributo in un quadro garantito di diritti e doveri. Ma il Lavoro, riconosciuto nella Costituzione come il cardine del nostro sistema politico, economico e sociale, è stato negli ultimi anni oggetto di profondi cambiamenti: nelle sue caratteristiche, statuti giuridici, valore. Cambiamenti che sembrano segnare la fine di un’epoca e meritano di essere indagati, perché le risposte politiche a questi problemi possono indicare su quale scenario futuro il nostro Paese sceglierà di collocarsi.

La mondializzazione dell’economia ha scatenato una competizione che ha portato ad elevare il livello di complessità nel funzionamento dei sistemi-paese, all’insegna del binomio produttività-competitività. I sistemi complessi patiscono però il rischio di una forte instabilità, possono andare incontro a improvvise crisi e fratture (è storia di questi giorni). Oppure produrre il logoramento economico-ecologico-sociale di alcune aree deboli, di realtà che non reggono il confronto e si staccano dal resto del sistema. E’ quello che sta accadendo da noi. E’ già una realtà di fatto per intere regioni del Sud del Paese, di cui si è perduto il controllo economico e istituzionale.

Il sistema economico di mercato, sotto la spinta della competizione mondiale, sta evolvendo in modo che una minoranza altamente produttiva, in grado di governare i livelli più alti di complessità, può produrre o controllare tutto quel che serve all’economia del mondo. Una parte crescente di umanità si viene così a trovare in posizione marginale, non utile, non funzionale al sistema. La si può ignorare, negandola o respingendola alle frontiere quando si tratta di un’umanità estranea e lontana, o tacitare agendo su paure ed egoismi quando si tratta delle fasce più povere del paese. Il Lavoro non è cambiato (cambierà) solo in termini quantitativi, per la progressiva riduzione della offerta da parte del sistema produttivo, ma anche per le sue caratteristiche, la sua qualità e valore. La competizione infatti impone ritmi altissimi di innovazione, un ricambio sempre più rapido degli attori, dei protagonisti. Nelle mutate condizioni è quindi offerto un lavoro sempre più precario, flessibile, perché tutte le competenze subiscono una rapida obsolescenza. Dunque, il Lavoro si stacca dalla sua dimensione sociale, non è più, come nella “società dei produttori” fino agli anni ‘70 e anche ’80, fonte di produzione di ricchezza. E’ diventato qualcosa di fungibile, di cui disporre a seconda delle convenienze e opportunità, negli scenari più diversi e lontani. Le fabbriche, ovunque siano collocate nello scenario mondiale, possono divenire rapidamente non-funzionali, e il lavoro e società che vi si erano concentrate rapidamente sparire.

Contemporaneamente alla mondializzazione dei mercati si è assistito al ritrarsi delle responsabilità della politica a favore delle sole ragioni dell’economia (meno stato e più mercato), con riflessi inevitabili sui principi di libertà, giustizia, eguaglianza che si erano andati consolidando nelle forme della partecipazione democratica e delle garanzie offerte dal welfare. Da un punto di vista politico, nel breve termine, due appaiono essere oggi le risposte possibili.

  • La prima è quella delle “economie sociali di mercato”, il cosiddetto “modello renano”, che punta ad una responsabilizzazione del corpo sociale, ad un’ampia copertura di garanzie per il sistema del welfare, ribadisce in questo modo la legittimità del patto sociale e delle proprie istituzioni, affronta la competizione mondiale puntando sulla partecipazione e cultura dei cittadini. Questo modello di capitalismo nord-europeo sembra aver trovato estimatori e tentativi di imitazione anche nell’America di Obama, tradizionalmente il paese dell’economicismo e liberismo più sfrenati.
  • Lo scenario politico alternativo è quello dell’orientamento populista, che non affronta i problemi ma li maschera; dove il potere tende a trasformare i cittadini in spettatori, e invece che protagonisti di un faticoso processo di governo democratico dei cambiamenti, li relega al ruolo di comparse silenti di uno spettacolo quotidiano di aggressioni all’ordinamento istituzionale.

Dunque, più ancora che dalla crisi economica, è dalla crisi del Lavoro che “Libertà e Giustizia” di Mantova ritiene necessario partire per costruire un movimento di opinione e una rete di comitati a difesa della Democrazia. E con lucidità e passione civile rompere il silenzio.

di Pier Paolo Galli