Perchè dobbiamo dirci europei

Anche se l’anno ufficiale delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia è finito, non è finito il bisogno di riflettere sulla nostra democrazia e le vicende, soprattutto economiche, di questi mesi ci pongono  nuovi interrogativi in un orizzonte globale per molti versi inedito e carico di incognite. Così, anche gli incontri che Acli, Libera e Libertà e Giustizia (e in questa occasione anche Arci) con il patrocinio della Gazzetta di Mantova, hanno proposto sotto il titolo “Nello spirito della Costituzione” continuano.

Non è in gioco solo la tenuta economica del nostro e di altri Paesi, ma si avvertono fortissime le ripercussioni e i possibili contraccolpi sulla vita democratica di ciascuna nazione che si ritrova a dover rispondere a “poteri forti”  sovranazionali (Comunità Europea), con nessun rapporto mandatario di origine democratica (Fondo Monetario, BCE) quando addirittura  di pura natura finanziaria (agenzie di rating).
Non si tratta di rivendicare uno sciocco campanilismo nazionale, ma si tratta di capire quale sia la posta in gioco e come ci si debba attrezzare per un governo effettivamente democratico dello sviluppo globalizzato di questo nostro drammatico presente.
I caratteri liberali e democratici che sono a fondamento delle nostre Costituzione nazionali rischiano di venire travolti  da economicismi, tecnocrazie, burocraticismi che scaturiscono dalle mani di “funzionari” e “dirigenti” non eletti nel migliore dei casi e spesso selezionati  dalla nomenclatura dei singoli Paesi o dalle mani, anonime ma potentissime,  di potentati finanziari ed economici.

Come è possibile che Standard & Poor’s , travalicando la propria funzione tecnica di valutazione dei titoli, si

Prima pagina di Libération il giorno del downgrade della Francia di Standard&Poors

Prima pagina di Libération il giorno del downgrade della Francia di Standard&Poors

autoattribuisca il ruolo politico di “giudice” dell’affidabilità degli Stati?
E come mai questo giudizio è in grado di pesare realmente fino a condizionare la condotta e le scelte dei singoli Governi?
La risposta credo non sia difficile e la si conosca tutti molto bene:  tutto questo è possibile nel momento in cui una finanza integrata e globale non ha più rapporto con l’economia reale e il suo strapotere si contrappone ad un sistema politico debole e frammentato e quindi incapace di reggere il confronto e di dettare le regole di uno sviluppo compatibile.

Difficile è uscire da questo meccanismo, interrompere il corto circuito creato dal pensiero unico di un capitalismo ormai senza umanità, senza freni e senza regole.
Questo è il quadro e da qui abbiamo voluto partire per la nostra riflessione  con il Presidente Emerito della Corte Costituzionale prof. Valerio Onida.
“Dalla Costituzione all’Europa: crisi economica o opportunità politica?” è il titolo che abbiamo dato all’incontro volendo sottolineare la continuità del percorso che abbiamo tentato di costruire in questi mesi: non a caso il primo incontro con il prof. Prodi e don Ciotti si intitolava “Nel mondo di oggi: con la Costituzione, i nuovi scenari”.

I nuovi scenari sono appunto questi che stanno facendo vacillare le nostre sicurezze e tremare per il futuro dei nostri figli.
Dice Jacques Le Goff  che “gli avvenimenti storici vanno sempre osservati in una prospettiva di lungo periodo: solo così si evita di considerare come catastrofi quelle che in realtà sono crisi di trasformazione” ed è appunto questo il punto di vista da cui tentiamo una lettura degli avvenimenti che sembrano sovrastarci implacabilmente, incontrastabili e inarrestabili.

Questa crisi economica (che probabilmente segna la linea di confine tra un capitalismo esasperato che si è votato all’autodistruzione e un’altra era in cui nascono diverse logiche economiche, altri rapporti fra Stati e nuove politiche sociali) ci deve dare l’opportunità di mettere tutto in discussione e aprire nuovi scenari su cui giocare la partita dello sviluppo umano e civile, economico e sociale.
Chi aveva immaginato l’Europa ancora negli anni ’50, i suoi fondatori, ma forse anche molti che si sono battuti più recentemente per la costituzeione dell’euro come moneta unica, aveva in mente un traguardo che non si limitava certamente a mettere insieme mercati, prodotti e denaro: pensava a una integrazione politica e sociale, pensava a una governance globale che desse respiro e spazio ai diritti di ciascun individuo, al consolidamento delle libertà democratiche, alla costruzione di una cultura in grado di dare una identità ai popoli che vi concorrono, all’estensione della rappresentanza e della partecipazione, alla realizzazione di una reale giustizia attraverso politiche fiscali e sociali  eque e solidali.

Temo che i processi messi in campo dall’Europa nel suo insieme e nelle logiche di ciascuno Stato (dove purtroppo si sono affermate per lo più classi dirigenti mediocri, impreparate e quindi non all’altezza del ruolo) siano oggi ampiamente insufficienti e inefficaci se non addirittura contrari rispetto alla necessaria risposta capace di ristabilire  un rapporto equilibrato fra capitalismo e democrazia recuperando un ruolo centrale alla “polis”.
Sono convinto che il futuro potrà rappresentare una speranza solo se si riuscirà non a chiudersi in sterili e miopi campanilismi, in pericolosi egoismi statuali, in protezionismi di vecchia maniera, ma a rilanciare una prospettiva comune di grande audacia, dove si torni al primato della politica fatta di cultura, valori, progetti, partecipazione, integrazione, consenso.

Se sarà questo l’orizzonte verso il quale l’Europa saprà incamminarsi, l’odierna situazione di crisi sarà davvero solo un momento di passaggio che ci permetterà di crescere e di divenire ciò che avrebbe dovuto essere e non è stata, ma che è necessario diventi per avere significato per ciascun cittadino e pesare sullo scenario dello sviluppo globalizzato: un’Europa  unita, unica e solidale.

Alessandro Monicelli per LeG_MN

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