Crisi dell’Euro, crisi dell’Europa?

Non c’è dubbio che la realizzazione di una Unione Europea sia stato un lungimirante progetto politico, lucidamente perseguito nel secondo dopoguerra da un gruppo di grandi e illuminati statisti mossi da motivazioni ideali, politiche, sociali. Ma la vera forza trainante, il motore che ha consentito a quel progetto di affermarsi, di evolvere, di diffondersi, è stata la percezione diffusa che questa visione unitaria fosse trascinata da indiscutibili progressi in termini di benessere, di libertà, di sicurezza.

Il “sogno europeo”, soprattutto dopo la caduta del muro a est, ha avuto una straordinaria forza attrattiva. Decine di Paesi hanno voluto e potuto, nel giro di due decenni, aggiungersi al nucleo originario dei sei soci fondatori, tra cui l’Italia.
Le politiche di integrazione hanno conseguito indubbi risultati: sono cadute le barriere del commercio, del lavoro, dei capitali e ultima, se pure non per tutti, la barriera delle monete diverse, dieci anni fa. Dunque si è assistito ad un processo che sembrava inarrestabile. Ma incompiuto.

Il primo scoglio, la prima sconfitta, qualche anno fa, è stata la mancata costruzione di una Costituzione comune. Mancata per l’emergere di ancora troppo radicate differenze tra le diverse realtà nazionali, differenze rilevabili soprattutto (è stato documentato) sul piano del Lavoro.
Il nostro sistema economico manifesta infatti da anni una caduta tendenziale dei posti di lavoro, dei tassi di occupazione, anche nelle aree più avanzate dell’Europa. Un dato che ha fatto temere che una libera circolazione dei lavoratori aprisse la via all’invasione di “idraulici polacchi”, e ha fatto scattare meccanismi di chiusura a tutela dell’occupazione interna.
Si è così ripiegato su un Trattato che è servito a recuperare per altra via il processo di integrazione, mentre si sono fatti agire altri meccanismi che hanno in parte ridotto questi divari tra i Paesi.

Gli anni della moneta comune, estesa a 17 dei 27 Stati europei, sono stati anni che hanno offerto una grande opportunità a ciascun Paese dell’eurozona:  bassi tassi di interesse, credito facile, una straordinaria occasione di allargamento dei mercati. Alcuni paesi virtuosi, Germania in testa, hanno approfittato di queste condizioni favorevoli. Altri invece hanno utilizzato l’indebitamento a basso costo per far crescere a dismisura una amministrazione clientelare e inefficiente (Grecia, Portogallo e in parte l’Italia), oppure per permettere il finanziamento di colossali bolle immobiliari (Spagna, Irlanda, e ancora l’Italia), oppure ancora per sperperare il credito ottenuto senza realizzare le auspicate “riforme di sistema”, migliorare l’efficienza, combattere sprechi e corruzione (e il caso Italia qui ci sta tutto).

Originano da queste responsabilità politiche le debolezze che diventano il bersaglio delle manovre che oggi destabilizzano l’intera area dell’euro.
E la classe politica dei Paesi “virtuosi”, la Germania soprattutto, deve rendere conto ad una opinione pubblica che è comprensibilmente restia a fornire solidarietà, sostegno finanziario, a coloro che non hanno mantenuto un comportamento “virtuoso” pari al loro.
Questo è oggi obiettivamente il nuovo tipo di ostacolo al processo di integrazione europea, ma la situazione sarebbe superabile, o aggirabile come avvenuto in altri momenti cruciali, se questa volta non fossimo davanti alla drammatizzazione operata dalla finanza internazionale. Alcune piazze finanziarie hanno interesse a speculare sulle relative differenze all’interno dell’area della moneta unica, col risultato di essere sottoposti al giudizio arbitrario di un potere anomalo, quello delle agenzie di rating. L’autorità di queste agenzie “deriva solo dalla loro natura di portavoce e portaordini di un mercato finanziario integrato, globalizzato” (G.Ruffolo). Dunque, nei rapporti di forza, è oggi la finanza internazionale ad avere la meglio su un potere politico che è in difficoltà perché in ritardo sul piano dell’integrazione.

Lo squilibrio che si è creato, la crisi della moneta unica europea, si può ben far risalire alle politiche di de-regolazione avviate negli anni ’80 (Thatcher, Reagan e la reaganomics) e la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali che hanno sovvertito i rapporti di forza tra capitale finanziario e lavoro, tra mercati e Stati-democrazie.
Dunque, alla fine, la risposta alla crisi dell’euro, che è la crisi dell’Europa, è la stessa risposta che si deve dare allo strapotere della finanza internazionale, che ha preso il sopravvento sul potere politico, sul potere di autogoverno dei cittadini: cioè la ri-regolamentazione del movimento dei capitali (in America è J.Stiglitz a guidare questa battaglia), il ripristino del potere di governo sulla finanza, il ritorno ad un potere di governo degli Stati sui mercati. Il contrario insomma del facile slogan “meno Stato, più mercato”, e della politica di privatizzazione dei servizi, che non farebbe che concedere ulteriore spazio alla finanza corsara, togliendolo alla sovranità dei cittadini.

Pier Paolo Galli per LeG_MN

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