Primarie di coalizione a Mantova per condividere la politica

Alba rossa o tramonto rosso: dipende, dipende da ognuno di noi. Libertà e Giustizia ha accettato volentieri di farsi promotrice, assieme ad Associazione per la Sinistra, di questo incontro “a sinistra” così come ha accolto l’invito di sabato scorso proveniente da altre voci della sinistra e più in generale progressiste. Lo abbiamo fatto non perché non abbiamo le nostre idee, le nostre convinzioni, le nostre visioni e anche i nostri giudizi sulle mille sfaccettature in cui si è scomposta la politica, ma perché siamo convinti che debba tornare a prevalere la necessità di cercare disperatamente, a ogni costo, con tutti gli strumenti possibili a disposizione e con il massimo di apertura, di provare a ritrovare la strada dell’unità e a intraprendere un percorso diverso e opposto a quello che è stato vissuto in questi anni in cui appunto la frammentazione della sinistra ha prodotto non solo le pesanti sconfitte elettorali (nazionale e locale), ma soprattutto il disastro culturale di cui è figlio mostruoso la disaffezione alla politica, il segnale più pericoloso nel percorso democratico di una società. Quella dell’unità è una meta che tutti, o quasi, dicono di volere ma che pochi poi nei fatti la coniugano con il loro comportamento e le loro reali scelte politiche. LeG c’era sabato e c’è questa sera e se, necessario e utile, ci sarà altre volte perché a noi preme la strada che si può fare insieme, preme il percorso, preme il progetto di una società diversa, premono parole e comportamenti nuovi, preme un approccio rinnovato e aperto: non ci preme fare o avere un posto in una lista. Nel mio intervento di sabato, facevo notare questa contraddizione profonda e l’assurdità di fronte alla quale ci veniamo a trovare: alcuni lodevolmente hanno inteso organizzare sabato un incontro di gruppi e sigle a cui molti altri gruppi e sigle o non sono state invitate e non hanno ritenuto di partecipare, questa sera altri ancora hanno organizzato e molti questa sera non ci sono. E finora non ci sono stati i partiti, o quello che sono diventati oggi i partiti. LeG è nata non contro qualcuno e men che meno contro i partiti, ma per essere luogo di riflessione politica alta e consapevole dove ancora prima dei progetti deve emergere la consapevolezza che essa debba essere intesa e praticata prima di tutto come servizio del bene comune e quindi per essere stimolo a chi da partito si è fatto partitocrazia autoreferenziale snaturando lo stesso dettato costituzionale.

Al titolo IV, Rapporti politici, art. 49, la Costituzione recita: “ tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” Dunque un compito e un ruolo fondamentale per la costruzione della convivenza sociale e il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche dello Stato. Dove è andata la politica oggi? Dove sta andando? “L’utopia è all’orizzonte, quando faccio due passi lei si allontana di due passi, faccio dieci passi e l’utopia si è spostata avanti di altri dieci….ma allora cosa serve l’utopia? Serve a questo: a camminare!”. Vorrei che chi fa di mestiere il politico, cercasse per un momento almeno di abbandonare la propria visione “professionale” e lasciarsi portare, diciamo così…. dalla “poesia” che si dice sia tutt’altra cosa rispetto alla vita dura di ogni giorno e quindi anche alla durezza del fare politica, al doversi “sporcare le mani” come si usa dire con una espressione che mi è sempre parsa perlomeno molto infelice. E in questo momento di poesia mettersi davanti, liberi da ogni infrastruttura ideologica, al famoso quadro, il cui poster c’era o c’è ancora in molte sedi sindacali e di partito: il “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo. Quel popolo in cammino non va verso quello che per te che guardi rappresenta il tuo orizzonte, ma viene verso di te a significarti che sei tu che stai voltando le spalle alla loro meta e se non sei svelto a girarti e a riprendere con loro la strada quel popolo ti sommerge e ti travolge.

Fuori di metafora e di poesia se la politica non ritrova il senso profondo della sua missione, non riprende a essere portatrice di valori forti capaci di produrre coesione sociale, non si pone come momento di sintesi delle diversità e degli individualismi, non ritorna a essere luogo di ascolto, di confronto, di dialogo…. non può che lasciare spazio all’antipolitica che è l’anticamera di una società illiberale, egoista e ingiusta. Sono certo che molti politici di oggi giudicano questo ragionare un volare sulle nuvole inutile e stucchevole, ma mi pare che cominci a farsi strada anche fra gli addetti ai lavori una preoccupata analisi dello stato di salute della nostra democrazia e che si avverta di aver perduto il contatto con la gente. Come mai quando nascono dentro la cosiddetta società civile gruppi, comitati, associazioni, ecc. la prima cosa che ritengono di dover precisare, spesso prima ancora del loro scopo specifico per cui sono nate, ci tengono a dire che “non vogliono fare politica” e che non sono “né di destra, ne di sinistra” quasi queste connotazioni fossero la lebbra. Cosa è stato combinato perchè tanta gente (troppa gente!) si senta di negare la propria appartenenza alla politica, a ciò che dovrebbe invece rappresentare e che ha rappresentato per decenni il punto di più alta elaborazione dell’interesse di tutti e quindi strumento di speranza di una società più giusta e solidale?

A queste osservazioni che vorrei rappresentassero (e spererei che così fossero intese dagli addetti ai lavori che mi ascoltano) più dei punti interrogativi e degli argomenti di riflessione e di analisi comune che non dei banali e inutili atti di accusa, vorrei aggiungere alcuni elementi che riguardano quella che poco fa ho volutamente definito “cosiddetta società civile”. Non mi piace questa distinzione che non dovrebbe esserci, ma se sempre più spesso è andata affermandosi vuol dire che in qualche modo si è di fatto creata una “frattura”, un’alterità fra queste due componenti che dovrebbero invece essere una la continuità dell’altra. Se abbiamo intravisto le responsabilità indubbiamente pesanti e i limiti di una classe dirigente inadeguata, dobbiamo anche dover vedere i problemi e le debolezze della società civile nel suo complesso e delle diverse forme di associazionismo che dentro di essa si sono formate e si formano continuamente. C’è una fioritura di iniziative, di gruppi, di associazioni in Italia, ma anche sul nostro territorio davvero molto vasta, molto più di quello che si possa immaginare e molto più di quello che in termini complessivi riesce a esprimere. Qui si incontrano le due debolezze dell’Italia di oggi: da una parte l’inadeguatezza della classe dirigente nel rappresentare valori forti e le istanze più profonde della vita sociale e dall’altra l’incapacità della società civile di una visione “ampia” che, superando lo specifico di ciascuna associazione e gruppo, dia forza capace di incidere sugli indirizzi generali, sui meccanismi decisionali, in una parola, sulla politica.

Pensiamo a quante manifestazioni si sono succedute in questi anni (quelle per la pace di qualche anno fa, i girotondi e più recentemente il popolo viola, la Fiom, ecc,) e di quale spessore numerico e varietà di componenti eppure, tanta mobilitazione per tanti versi straordinaria e variegata della società civile non è riuscita a impedire il decadimento sociale, etico e valoriale e a contrastare l’instaurarsi di un regime osceno. Ѐ questo il tragico paradosso alla cui origine stanno appunto due perché : perché le classi dirigenti dei partiti di opposizione si sono mostrate incapaci di cogliere le istanze che emergevano e farle diventare strumento e forza politica e perché tutti quei movimenti che testimoniano la passione e la vitalità democratica che ancora percorrono la società italiana non sono riusciti a diventare a loro volta opposizione: sono rimasti divisi, estranei l’uno all’altro, autonomi nel senso pre-politico del termine.

In questo ultimo anno, LeG si è spesa molto nel tentativo di costituirsi, con altre associazioni, gruppi e singole persone, in una “rete”, di dare vita cioè a un percorso condiviso che fosse in grado di far emergere questo grande patrimonio sommerso e dispiegare, sulla base di valori e contenuti comuni, un progetto unitario rispettoso delle mille diversità delle sue componenti, ma in grado di dare loro una voce politica che non è più “delega” a qualcuno (tanto più che oggi purtroppo non ci sono soggetti politici in grado di rappresentare compiutamente le istanze dei movimenti), ma assunzione di responsabilità. Il cammino è andato avanti tra alti e bassi, ma sull’apertura verso la “politica ufficiale” le posizioni sono molto controverse, incerte, irte di diffidenze, sospetti, delusioni… Credo però che come vogliamo porci come fermento culturale e valoriale dentro la società civile, così non possiamo non farci carico di rompere l’autoreferenzialità della politica, proporre altri percorsi, altre parole, altri toni, altri temi, aprire quelle finestre di stanze troppo sorde all’aria, alle voci, agli odori, agli umori che nascono, vivono, mutano in continuazione dentro la società, costringerli a ripensare idee e strategie, a lasciare spazi reali ai giovani, alle sensibilità di genere, alle altre e diverse culture che un mondo sempre più globalizzato a dispetto di ogni resistenza si vanno affermando, farci i conti fino in fondo con tutte queste istanze nuove ed emergenti che vanno a costituire il prossimo futuro di tutti. Ci sono voluti gli studenti e i precari sui monumenti e sui binari per far emergere il dramma della scuola pubblica e l’andare sui tetti dei segretari di partito è l’ammissione di un grave ritardo e un faticoso tentativo di rincorrere gli eventi…. gli immigrati sulle gru e sulle torri sono la denuncia della loro disperata solitudine e dell’abbandono da parte anche di chi dovrebbe essere loro vicino (penso, per esempio, all’assurdo della scorsa settimana a Mantova quando il giovedì mattina i sindacati hanno fatto una manifestazione davanti alla Prefettura praticamente presenti gli addetti ai lavori, mentre non erano al corteo di sabato pomeriggio dove gruppi di immigrati di vari paesi del mantovano hanno avuto la forza di sfilare…). E così restano senza voce i giovani che non trovano lavoro (20% e 30% al sud) , quelli che ce l’hanno un lavoricchio con contratti cosiddetti “flessibili” che non creano futuro, i cassaintegrati senza speranza di essere reintegrati, i disoccupati..

Elezioni provinciali a Mantova  – 2011

La nostra classe dirigente teme sostanzialmente la piazza, non sa più interpretarla e non ha nemmeno l’autorevolezza di guidarla come succedeva una volta. Si preferisce parlare di giovani che lasciare che siano loro a parlare, parlare delle diversità che lasciare che si dispieghino liberamente… Non sto parlando d’altro: sto parlando anche delle prossime provinciali! Perchè la sinistra e tutta l’area progressista più in generale o ha in testa un progetto complessivamente “diverso” della società che vuole costruire o sarà ancora una volta perdente. Ma un progetto va costruito e va annunciato con forza ed efficacia: non ha certo aiutato questo cammino l’atteggiamento di chiusura, di silenzi, di preclusioni e malcelata sopportazione dei partiti in genere: in questi mesi non uno che abbia accennato ad aprire il benché minimo dialogo e confronto pubblico! Già qualcuno, tra le tante anime (anche se in certi casi chiamarle anime è un po’ troppo lusinghiero), diciamo in modo neutrale frammentazioni della sinistra, si è già auto proclamato candidato presidente e correrà a prendersi il suo zero, virgola per cento. Bella politica! Pura, democratica, dialettica.. soprattutto utile e vincente! Ogni settimana abbiamo la sparata di un nome di candidato: non giudico le singole persone, tutte rispettabilissime, ma come e dove nascono e chi rappresentano? Quale fetta di società o quale corrente interna? Per quale progetto o per quale interesse? A quattro mesi dal voto un vero percorso democratico non è cominciato e in una situazione come quella della nostra Provincia, già di suo assai incerta, è un fattore molto preoccupante. Il rischio che si ripeta lo schema che ha prodotto la sconfitta in città è altissimo. Le regole che pur il maggior partito di opposizione, prescindere dal quale è sbagliato e suicida, non sembrano aver creato, soprattutto nei suoi dirigenti, la consapevolezza di dover creare le reali condizioni del confronto democratico e di non possedere lo spirito giusto per radicare sul territorio e fra la gente i programmi e i candidati che quel confronto dovrebbe produrre. Dopo la Puglia, anche a Milano (dove finalmente tre persone di grande spessore civile e sociale hanno accettato di metterci la faccia) sono riusciti a perdere le primarie! E stanno succedendo cose simili a Bologna, forse a Torino……ma noi a Mantova, nel nostro piccolo, non abbiamo niente da imparare: siamo riusciti nell’impresa di consegnare alla destra, a trazione leghista, la città. Forse si è ancora in tempo per tentare di riannodare i fili di diverse componenti partitiche e della società civile attorno a cinque/sei punti fondamentali di un possibile programma provinciale e lanciare su e con questi temi una campagna per primarie di coalizione che vedano “alla pari” concorrere possibili diversi canditati presidenti e alla fine trovare il modo (non sono un tecnico di procedure elettorali e mi astengo da indicazioni che mi interessano anche relativamente) di andare uniti al voto sul nome del canditato risultato vincitore. Credo che questo sia il più consono dei percorsi possibili e auspicabili, come sono convinto che a esso sia legata la possibilità di vittoria elettorale. Non penso però, lo dico con franchezza, che chi ha ancora in mano, o crede avere, le redini del gioco accetti di incamminarsi su questa strada.

(intervento di Alessandro Monicelli letto all’incontro “Alba rossa o tramonto rosso”, il 2.12.2010)

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