Mantova nella rete di potere del Governo

Dopo i numerosi commenti alla lettera di Alessandro Monicelli al Patto Nuovo per Mantova, si è aperta una grave discussione sul futuro di Mantova in un contesto politico governato da questo centrodestra. Paolo Galli ci invia un prezioso contributo personale.

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Ci siamo sentiti dire, da qualche leader nazionale piovuto in città, che le elezioni a Mantova avevano un valore politico [1]. L’’espressione suona piuttosto banale, ma si può dire che non sia mai stata tanto vera come stavolta.

Lo scontro politico nazionale è a un punto cruciale, e si sviluppa a tutto campo. E’ decisivo conquistare fette di territorio, perché questo significa tessere una trama di riferimenti locali per una politica che si svilupperà sempre più sul tema delle riforme istituzionali. Mantova entrerà a far parte di quel sistema di “relazioni particolari” e privilegiate che il governo centrale dichiara apertamente di voler favorire: un sistema di favori e di prebende per la propria parte politica, l’’uso di strumenti e risorse dello Stato a vantaggio dei propri sodali e referenti locali. Lo hanno detto chiaramente.

Così funziona già oggi: una cinghia di trasmissione tra un potere locale, che si radica nel territorio attraverso incarichi politici, tecnici, istituzionali (aziende, servizi, cultura, associazioni, fondazioni bancarie …), e un governo nazionale che non perde occasione per attaccare gli attuali equilibri tra poteri: sempre più insofferente delle funzioni esercitate da Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Corte dei Conti, magistratura e… finanche dal Parlamento, assemblea legislativa in gran parte nominata da Lui.

Mantova entra da oggi a far parte di questa rete di potere, di questo nuovo Leviatano teso a eliminare tutti gli altri poteri. Una esagerazione? Non credo. Per capire basta guardare ai dati economici di medio periodo (GDP, Gross Domestic Product è il PIL).

Autorevoli studi internazionali e nazionali (Confindustria) prevedono che nei prossimi cinque anni scenderemo di altri 5 punti di Pil [2] nei confronti della media dei Paesi europei. Una media europea che, fatta 100 nel 1991, vedeva il Pil italiano a quota 106. Nel 2009 era sceso a 95, e nel 2014 arriverà al 90 (su 23 anni, 16 saranno stati a quel punto di governi Berlusconi!).

Non solo, il nostro apparato produttivo manifatturiero vedrà ridurre la propria quota di commercio internazionale (dal 3,1 all’1,5 del 2020) mentre già oggi registriamo una sovracapacità produttiva del 50 % [3]. Con tali prospettive gli ammortizzatori sociali come li conosciamo (cassa integrazione e mobilità) non potranno durare a lungo. Di fronte ai sussulti sociali che una tale regressione del sistema produttivo del Paese produrrebbe, il Governo centrale deve blindarsi: con riforme costituzionali che rendano inattaccabile il potere di governo (presidenzialismo spinto [4]) e un controllo interno che non lasci spazio ad alcuna voce di dissenso (perfino a Sky-Murdoch vengono negate le reti in chiaro [5]).

Si spiega così come mai, all’’incalzare della Marcegaglia – che nell’’assemblea di Confindustria denunciava il “Paese in declino, basta promesse” e lamentava la mancanza di una politica industriale – , il Premier rispondeva di avere pochi poteri, e riproponeva ancora una volta il suo progetto di riforme costituzionali, che gli consegneranno una sorta di enorme Protezione Civile: poteri in deroga senza controlli e bilanciamenti.

Ecco perché anche la scelta del sindaco di Mantova rafforza un disegno politico più ampio.

Non abbiamo designato solo un sindaco, ma anche un padrone a Roma.

Paolo Galli

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