Alessandro Monicelli interviene a Rintracciarti per Libertà e Giustizia Mantova

Pubblichiamo l’intervento del coordinatore di LeG_MN Alessandro Monicelli a Rintracciarti, il 5 dicembre 2009.

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Avremmo desiderato affrontare questo incontro dal titolo “Il diritto di sapere, il diritto di informare” in un’ottica che ci è assai cara e che ha molto caratterizzato l’attività della nostra associazione Libertà e Giustizia in questi anni, vale a dire quello di proporre la riflessione sul tema partendo dal dettato Costituzionale. Per una serie di sfortunate coincidenze non siamo potuti arrivare a chi doveva guidarci in questo cammino, la prof.sa Carlassare docente di diritto costituzionale all’università di Padova, e quindi, facendo di necessità virtù, cercherò, come responsabile del circolo mantovano di LeG, di proporre alcuni brevi spunti di riflessione in un’ottica però completamente diversa.

I relatori di questo incontro, ciascuno a suo modo, rappresentano qualcosa su cui incombe la seconda parte del titolo del nostro incontro, cioè “Il dovere di informare”, essendo essi giornalisti, attori, comunque tutti in qualche modo facitori, operatori dell’informazione.

Io non lo sono e vorrei quindi poter portare il punto di vista di chi si trova dall’altra parte della barricata, non certo perché non concordi con quello che è stata detto, quanto perché come semplice cittadino sono dalla parte di chi ha “il diritto di sapere”.

Nel manifesto di nascita di LeG che, ormai 7 anni fa, avevano predisposto i fondatori dell’associazione, Umberto Eco, Enzo Biagi, Claudio Magris, Umberto Veronesi, Giovanni Sartori, Gae Aulenti, Giovanni Bachelet, Alessandro Galante Garrone, Guido Rossi che hanno poi costituito il primo comitato dei garanti, si partiva da una semplice osservazione, vera certamente già allora ed oggi drammaticamente quanto mai attuale, nella quale si diceva “oggi tanti nostri concittadini non sono soddisfatti dello stato del Paese, ma non trovano gli strumenti culturali per unirsi e cambiarlo, per contare insieme, per far valere il loro impegno civile. Perché il dibattito politico assomiglia spesso ad una rissa o ad uno spettacolo, gli spazi di confronto serio e moderno sono limitati e ristretti”.

E’ evidente che la prima chiamata in causa sia la “politica”, o meglio quella strana cosa a cui si è ridotta la politica del nostro paese, qualcosa che sta trasformando la democrazia in un “potere” che si esercita ormai con logiche, modalità, tempi, priorità, riti sempre più avulsi dai problemi della società civile quando addirittura contro di essa.

Ma se il potere vuole esercitarsi secondo le proprie logiche e non secondo i principi, i diritti ed i bisogni reali , deve comunque cercare un consenso di base e per fare questo ha bisogno dell’informazione, o meglio della manipolazione dell’informazione.

L’irrisolto “conflitto di interesse” per l’Italia rappresenta la madre di tutti i mali che le stanno cadendo addosso: la miopia, le presunte furbizie politiche, la debolezza di chi avrebbe dovuto vigilare ed impedire quanto poi è puntualmente avvenuto ci ha infilato in un cul de sac dalle pesantissime conseguenze non solo in termini politici, ma istituzionali.

Ormai è chiaro che non siamo di fronte semplicemente ad una “alternanza politica” come sta nella logica di ogni democrazia, ma ci troviamo di fronte ad una “alternanza di sistema” che vuole modificare le regole del gioco.

La profonda compromissione privato / pubblico sta generando mostri nel campo della giustizia come dell’informazione, della finanza come dell’economia, della cultura come dei servizi sociali, della scuola, della sanità, della sicurezza, della convivenza civile, dei diritti come dei doveri e di conseguenza finisce con il generare un cortocircuito istituzionale che mina le basi del buon funzionamento di una vera democrazia.

E non intendo solo la degenerazione (tutta italiana per quantità e qualità fra gli stati più avanzati) della corruzione, ma della visione, del modus operandi e delle scelte delle nostre classi dirigenti e politiche.

Per limitarci all’informazione che è il tema di quest’oggi assistiamo, ormai da più di 20 anni, alla progressiva strutturazione di “monopoli” informativi che hanno finito con il modificare la “cultura” del nostro popolo, il sentire della gente, e creato quella “pancia” ” cui ormai si fa così spesso riferimento ed appello per giustificare qualunque porcata.

Se mi chiedete che cosa manca oggi all’informazione, mi verrebbe voglia di rispondere . “manca l’informazione”. Oggi forse più che mai (tralasciamo i periodi di dittatura..) è così difficile, per non dire impossibile distinguere la notizia non tanto dal commento, ma ciò che è tragico dal suo uso strumentale per la costruzione del consenso. Tutto oggi rischia di essere utilizzato e finalizzato a questo.

Dai titoli, sparati sui giornali non solo in modo sensazionalistico, ma già orientati a creare un’opinione (se c’è lo stupro, un furto, un’aggressione è bene che il titolo rimandi già agli extracomunitari così alimentiamo ancora la paura).

Dalla costruzione dell’articolo (per esempio: se l’economia va male lo si nasconde se è possibile e comunque ha sempre “altri” come colpevoli quando addirittura non solo le maldicenze e le delle bugie dell’opposizione).

Dai silenzi o dalla vaghezza con cui le notizie sgradite vengono taciute o riferite con solo qualche accenno per giunta decontestualizzato per cui perdono il loro reale significato.

Dallo stravolgimento della stessa storia, passata e recente, che viene di fatto riscritta ad uso del potere di oggi, distorta, manipolata……e giù, giù fino ad arrivare alle campagne intimidatorie, scandalistiche di cui in questi mesi siamo stati riempiti e forse non abbiamo ancora visto fino a che punto sia possibile arrivare (sono stati donati al nostro B dal dittatore usbeco, quattro faldoni di dossier …strano regalo in questo strano viaggio …).

Quando ormai i giornalisti sono puri dipendenti stipendiati in ragione della loro fedeltà e non delle loro capacità di stare “a schiena dritta” come diceva Indro Montanelli o quando si assumono non persone provenienti dalle scuole di giornalismo, ma dagli uffici più melmosi dei servizi segreti (vedi Betulla e quant’altro) quale informazione volete che esca?

Ci manca solo, come leggevo in questi giorni a proposito della Stasi ( i servizi segreti della ex DDR) per false lettere costruite nella vicenda del sequestro Orlandi oggi tornato alla ribalta, che venga istituito l’addetto alla “disinformazione”!

E sulla TV, cosa è ormai possibile dire che non sia già stato detto e sia chiaramente davanti ad ognuno che ancora sia capace di un minimo di raziocinio e di discernimento.

La situazione italiana già scontava un vizio originario, ma che è andato aggravandosi dal non pienamente indagato periodo degli anni ’80 dove si collocano tutte le radici delle male piante che oggi infestano tanta parte del nostro paese: la subalternità del servizio pubblico al potere politico (leggi partiti sinistra compresa).

A questa situazione già di per sé anomala rispetto agli altri Paesi e certamente non foriera di libera espressione e di reale pluralismo, si deve aggiungere la circostanza, anche questa tutta italiana, che vede un privato signore proprietario del 50% delle televisioni e poi per farla completa, l’ulteriore aggravante che, con il governo di centro destra con Presidente del Consiglio lo stesso signore padrone delle TV private, il controllo effettivo della Rai si è spostato dal Parlamento (e dai partiti) direttamente al Governo (ricordo che secondo la legge Gasparri la maggioranza dei consiglieri del Consiglio di amministrazione è nominata dalla maggioranza parlamentare ed il Direttore generale è nominato dal ministero del Tesoro).

E qui, credo, stia il nodo fondamentale da sciogliere per poter sperare di avere un servizio pubblico autonomo, indipendente, dei cittadini e non dei partiti e del governo.

Non dimentichiamo che le ricerche di mercato ci dicono che l’80% degli italiani ha una sola fonte di informazione : la Televisione!

Giovanni Valentini, sulle pagine di Repubblica di qualche settimana fa, riportava le tre parole con cui il fondatore della BBC inglese indicava i compiti del servizio pubblico: educare, informare, intrattenere.

C’è bisogno di commentarli?

Per capire in quale considerazione vengano tenute queste tre parole dalle nostre televisioni, basterebbe ricordare le indicazioni date ai propri addetti al marketing dallo stesso sig. B. che diceva: “immaginatevi sempre di avere davanti dei ragazzini di quattordici anni!”

Ed infatti, non solo le TV private, ma anche quella che dovrebbe avere il compito istituzionale di servizio pubblico, sotto l’incalzare del demone dell’ audience (il cancro distruttivo della qualità culturale) che significa denaro della pubblicità, ha inseguito ed fa concorrenza , evidentemente al ribasso, ad una complessiva programmazione di sempre più basso profilo.

Se questo quindi è quello che arriva in casa alla grande maggioranza degli italiani che evidentemente non hanno possibilità e capacità di mettere a confronto e quindi di farsi una opinione propria e quindi di saper giudicare e scegliere, quali sono le alternative e le possibilità che ci restano?

Nell’attesa, speriamo non vana e troppo lunga che si abbia finalmente una opposizione in grado di progettare un’alternativa credibile e che abbia le gambe per cominciare un percorso, è nostro dovere sostenere in tutti i modi quella parte di stampa,di televisione e di cultura che ancora ha la voglia e la capacità di cercare la verità (non quella assoluta che non esiste, ma quella reale, di tutti i giorni, quella che consente a ciascuno di noi di sentirsi nello stato come “a casa propria” e non crea le paure della convivenza civile).

Ma non basta! La gravità e l’urgenza della situazione richiede una assunzione di responsabilità e direi di supplenza della società civile nei confronti della politica che ci è stata espropriata e per saper immaginare e sperimentare forme di nuove aggregazioni, nuovi sistemi di confronto e di trasmissione delle informazioni (un tempo si sarebbe detto fare “contro- informazione”), inventarsi strumenti per ridiventare attori protagonisti delle nostre storie e quindi anche della Storia.

LeG vuole essere uno di questi strumenti e lo vuole essere in sintonia ed in unità con le mille associazioni che sul territorio sono presenti e sono uno dei segnali più confortanti di questo triste momento: è grande segno di speranza constatare che in questa società dove pare prevalga l’individualismo e il localismo (che è la forma sociale dell’individualismo) fioriscono un numero enorme di associazioni, circoli, movimenti, gruppi, magari piccoli, frammentati, scollegati fra loro, ma vivi, importanti.

Non c’è volta che negli incontri che organizziamo o a cui partecipiamo, non lanciamo un segnale di collaborazione e di collegamento con gli altri gruppi ed associazioni: insieme, ma solo insieme, possiamo sperare di avere un ruolo e la forza di essere decisivi in questo momento.

Sempre nel manifesto, e chiudo, della nostra associazione si dice : LeG sarà il luogo per discutere serenamente, per creare occasioni di approfondimento e di documentazione sui fatti fondamentali che stanno mettendo in crisi la nostra democrazia, LeG non è un partito, non vuole diventarlo e non punta a sostituirli, ma vuole dare un senso positivo all’insoddisfazione che cresce verso la politica, trasformandola in partecipazione e proposta…vuole arricchire culturalmente la politica nazionale con le sue analisi e le sue proposte”.

Permettetemi un’ultima chiosa, brevissima, su un avvenimento di attualità, ma che non è fuori luogo rispetto alle cose che ho detto e a questo dibattito: oggi, molti noi di LeG saranno a Roma alla manifestazione che spero numerosa. E’ per me incomprensibile che il partito che dovrebbe rappresentare la principale forza di opposizione non colga fino in fondo la voce che arriva, forte e chiara, magari non sempre a tono, dalla società civile e che il partito che ha voluto rifondarsi per rispondere adeguatamente alla nuove sfide della società non accolga, incoraggi, faccia propria una iniziativa che viene dal basso, da quella società civile in cui dice di volersi radicare. Non è un buon segnale!

Ma oggi ci siamo “rintracciati”: vediamo di non perderci di vista e di creare tutte le occasioni possibile per una lavoro comune che riapra la strada alla miglior convivenza possibile.

Alessandro Monicelli

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