Democrazia nella crisi dell’Economia globalizzata [1]

Economia, Lavoro, Democrazia.   Rompiamo il silenzio.

Qualcosa è mutato, infatti, nel nostro costume civile e politico. E il nuovo che avanza ci suscita preoccupazione per la tenuta di quelle regole e ordinamenti che rendono possibile la convivenza, garantiscono un sentimento di comune appartenenza. Si dice che la democrazia si concretizzi in quel “plebiscito quotidiano dei suoi cittadini” (Renan) che fa sì che il corpo sociale di una nazione si riconosca in norme e principi comuni, conceda legittimazione alle proprie istituzioni, chiami ogni singolo cittadino, attraverso il proprio Lavoro e l’azione pubblica, a fornire il proprio contributo in un quadro garantito di diritti e doveri. Ma il Lavoro, riconosciuto nella Costituzione come il cardine del nostro sistema politico, economico e sociale, è stato negli ultimi anni oggetto di profondi cambiamenti: nelle sue caratteristiche, statuti giuridici, valore. Cambiamenti che sembrano segnare la fine di un’epoca e meritano di essere indagati, perché le risposte politiche a questi problemi possono indicare su quale scenario futuro il nostro Paese sceglierà di collocarsi.

La mondializzazione dell’economia ha scatenato una competizione che ha portato ad elevare il livello di complessità nel funzionamento dei sistemi-paese, all’insegna del binomio produttività-competitività. I sistemi complessi patiscono però il rischio di una forte instabilità, possono andare incontro a improvvise crisi e fratture (è storia di questi giorni). Oppure produrre il logoramento economico-ecologico-sociale di alcune aree deboli, di realtà che non reggono il confronto e si staccano dal resto del sistema. E’ quello che sta accadendo da noi. E’ già una realtà di fatto per intere regioni del Sud del Paese, di cui si è perduto il controllo economico e istituzionale.

Il sistema economico di mercato, sotto la spinta della competizione mondiale, sta evolvendo in modo che una minoranza altamente produttiva, in grado di governare i livelli più alti di complessità, può produrre o controllare tutto quel che serve all’economia del mondo. Una parte crescente di umanità si viene così a trovare in posizione marginale, non utile, non funzionale al sistema. La si può ignorare, negandola o respingendola alle frontiere quando si tratta di un’umanità estranea e lontana, o tacitare agendo su paure ed egoismi quando si tratta delle fasce più povere del paese. Il Lavoro non è cambiato (cambierà) solo in termini quantitativi, per la progressiva riduzione della offerta da parte del sistema produttivo, ma anche per le sue caratteristiche, la sua qualità e valore. La competizione infatti impone ritmi altissimi di innovazione, un ricambio sempre più rapido degli attori, dei protagonisti. Nelle mutate condizioni è quindi offerto un lavoro sempre più precario, flessibile, perché tutte le competenze subiscono una rapida obsolescenza. Dunque, il Lavoro si stacca dalla sua dimensione sociale, non è più, come nella “società dei produttori” fino agli anni ‘70 e anche ’80, fonte di produzione di ricchezza. E’ diventato qualcosa di fungibile, di cui disporre a seconda delle convenienze e opportunità, negli scenari più diversi e lontani. Le fabbriche, ovunque siano collocate nello scenario mondiale, possono divenire rapidamente non-funzionali, e il lavoro e società che vi si erano concentrate rapidamente sparire.

Contemporaneamente alla mondializzazione dei mercati si è assistito al ritrarsi delle responsabilità della politica a favore delle sole ragioni dell’economia (meno stato e più mercato), con riflessi inevitabili sui principi di libertà, giustizia, eguaglianza che si erano andati consolidando nelle forme della partecipazione democratica e delle garanzie offerte dal welfare. Da un punto di vista politico, nel breve termine, due appaiono essere oggi le risposte possibili.

  • La prima è quella delle “economie sociali di mercato”, il cosiddetto “modello renano”, che punta ad una responsabilizzazione del corpo sociale, ad un’ampia copertura di garanzie per il sistema del welfare, ribadisce in questo modo la legittimità del patto sociale e delle proprie istituzioni, affronta la competizione mondiale puntando sulla partecipazione e cultura dei cittadini. Questo modello di capitalismo nord-europeo sembra aver trovato estimatori e tentativi di imitazione anche nell’America di Obama, tradizionalmente il paese dell’economicismo e liberismo più sfrenati.
  • Lo scenario politico alternativo è quello dell’orientamento populista, che non affronta i problemi ma li maschera; dove il potere tende a trasformare i cittadini in spettatori, e invece che protagonisti di un faticoso processo di governo democratico dei cambiamenti, li relega al ruolo di comparse silenti di uno spettacolo quotidiano di aggressioni all’ordinamento istituzionale.

Dunque, più ancora che dalla crisi economica, è dalla crisi del Lavoro che “Libertà e Giustizia” di Mantova ritiene necessario partire per costruire un movimento di opinione e una rete di comitati a difesa della Democrazia. E con lucidità e passione civile rompere il silenzio.

di Pier Paolo Galli

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