Il sasso nello stagno

Forse il sasso è troppo piccino per produrre qualche movimento significativo nello stagno della politica in generale e di quella mantovana più in particolare, ma lo stagno è così poco limpido da assomigliare molto di più a una pozzanghera fangosa dentro cui è più facile sprofondare che illudersi di poter produrre qualche movimento. Ma ci vogliamo provare lo stesso.

Il 25 prossimo organizzeremo un’assemblea pubblica, aperta a tutti gli uomini di buona volontà, sul tema del “partito democratico” o di come si vorrà e potrà chiamare questa chimera che da anni (era il 1996 con l’Ulivo!), percorre i sogni o gli incubi della gente di sinistra. Dopo qualche dibattito alle feste di quest’estate, l’attesa di un avvenimento che provi a raccogliere le forze, le idee, le speranze anche qui nella nostra piccola realtà locale si è rivelata vana e nessuno dei principali attori (i partiti) si dimostrano in grado di produrre alcunché di utile.

Lo spettacolo politico offerto è davvero povero, qualche volta meschino, nonostante i tentativi, molto spesso patetici, di chi regge le sorti dei partiti e (ahinoi con il nostro voto!) delle istituzioni di rendere nobile, con roboanti richiami al bene comune e agli interessi dei cittadini, il loro piccolo cabotaggio quotidiano. Davvero ci si può aspettare un colpo d’ala verso nuovi orizzonti da chi ne persegue quotidianamente di così piccoli?  Si può credere che chi comunque detiene, oggi, il potere di gestire ogni cosa della cosa pubblica, possa percorrere un itinerario che, domani, gliene toglierebbe tanta parte? Si può sperare che si possa aprire al confronto con la società chi non è in grado di trovare al proprio interno una sintesi accettabile dei suoi stessi pensieri? Come trovare spazio per le nostre idee, quali valori fondanti sono da individuare, come e dove profondere il nostro impegno ed il nostro lavoro, quali strutture e quali metodi per una reale partecipazione?

A Orvieto intanto non ha preso la parola alcuno che fosse estraneo ai partiti, nessuna delle associazioni che pure erano presenti come nessuno dei pochissimi giovani presenti ha avuto diritto di parola. Così anche i momenti che dovrebbero essere sempre più aperti al confronto e al dibattito, ancora una volta diventano confronto ristretto, messaggi cifrati, schermaglie dialettiche, opportunismi correntizi.

La realtà è che ci sono due modi di pensare al partito democratico: quello degli uomini di apparato che lo vedono come un bisogno elettorale a cui prima o poi bisognerà arrivare pena la grande sconfitta storica della sinistra e quindi una procedura di aggregazione di ceto politico, di sommatorie di macchine di partito, magari imbellettati da qualche cooptato illustre; quello degli elettori che pensano a qualcosa di veramente nuovo, a partire dagli stessi criteri di accesso alla politica e di selezione della dirigenza, capace di suscitare sentimenti di appartenenza e quindi di coinvolgimento, aperto a forti e radicati valori etici fondanti un diverso processo politico.

Il 16 ottobre è l’anniversario delle elezioni primarie, quando 4 milioni e 300mila persone sono andate spontaneamente a votare travolgendo le stesse aspettative e “speranze” dei soloni della politica che avevano previsto il successo a quota un milione di partecipanti. Sono stati sorpresi loro stessi, se ne sono attribuiti il merito come fosse stato un consenso verso di loro e non invece una forte spinta al cambiamento e ora si domandano chi gestisce quel patrimonio di indirizzi, quasi fossimo noi una merce da utilizzare a loro piacimento!

Come mai non si sono ricordati di questo popolo delle primarie al momento delle liste elettorali decidendo tutto dentro le loro segrete stanze, nominando di fatto l’attuale Parlamento che poi ci hanno costretti a votare? Come mai, una volta al governo, quell’esigenza unitaria è quotidianamente tradita da una perenne polemica interna, da una litigiosità che rende ogni giorno più debole un governo che già lo è di suo? A chi giova? Qual è il reale disegno di questa politica?

L’on. Serafini, diessina (moglie di Fassino) commentando i lavori di Orvieto osservava che la sola domanda che i giornalisti avrebbero dovuto porre all’on. D’Alema era: come mai sino a ieri sosteneva in ogni sede la necessità di fare il partito di Prodi e ora non più? E’ la domanda che facciamo non solo a D’Alema, ma ai tanti addetti ai lavori: sono le domande che vogliamo porre e porci nell’incontro del 25 ottobre, assieme alla nostra presidente Sandra Bonsanti che era tra gli invitati di Orvieto.

di Alessandro Monicelli

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